Retata in tutta Italia, 25 arresti
redazione
26.01.2012
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26.01.2012

NOI NON DIMENTICHIAMO
Professori delle tre carte. Dopo aver a lungo menato la danza della «riforma del mercato del lavoro», che doveva però andare «di concerto con la rimodulazione degli ammortizzatori sociali», addirittura vellicando sogni europei come il «reddito di disoccupazione», il governo ha mostrato la faccia feroce di chi – dei senza lavoro perché le aziende chiudono – sostanzialmente se ne infischi. O peggio.
Vediamo i dettagli. Il governo ha messo sul tavolo «i titoli» – come si dice in gergo – di cinque capitoli contenenti le linee guida del progetto governativo: tipologie contrattuali, formazione e apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali, servizi all’impiego. Ma solo di alcuni si è appreso qualcosa di attendibile. Al momento di entrare a palazzo Chigi il ministro del welfare Elsa Fornero aveva spiegato che nella riforma ci sarebbe stato anche uno «schema di reddito minmo». Peccato che «richiede risorse ora non individuabili», e quindi verrà approvata ma «l’applicazione sarà dilazionata». Insomma: una riga di inchiostro su carta, non un diritto esigibile.
Ma questa era anche l’unica «buona notizia». Per «riforma» degli ammortizzatori sociali – cassa integrazione e mobilità – il governo intende la loro sostanziale cancellazione. Oggi abbiamo tre tipi di cassa integrazione. L’ordinaria (per imprese industriali ed edilizia) entra in azione per sospensione dell’attività produttiva, può durare fino a un anno, con l’80% del salario, pagata dai contributi di aziende e lavoratori. La straordinaria, invece, scatta anche per altri tipi di imprese (editrici, commercio, trasporto aereo, ecc) e copre le crisi aziendali vere e proprie: ristrutturazione, riconversione, riorganizzazione, crisi e «procedure concorsuali» (fallimento o liquidazione). Può durare anche 24 mesi (36 al centro, 48 al sud) ed è egualmente finanziata da imprese e lavoratori. Quella in deroga, infine, è stata introdotta da Sacconi per coprire – nella crisi – anche quei settori che non usufruivano delle prime due forme; copre anche apprendisti, interinali, ecc, ma è a carica della fiscalità generale dello Stato.
A seguire c’è anche la mobilità, al 60% del salario, dalla durata variabile a seconda dell’età del lavoratore o del territorio di residenza. Una serie di salvagenti straordinari – pensati per aiutare le imprese, non tanto i lavoratori – che si sono però rivelati preziosi in questi anni di crisi per evitare di avere milioni di disoccupati per strada. E relativi problemi sociali.
Cosa hanno pensato i geniali «tecnici» scelti dall’alto dei cieli europei? Che è meglio ridurre tutto a una sola forma: l’ordinaria, con durata 52 settimane. Anche se l’azienda chiude. Poi «si pensa» a «un’indennità risarcitoria» o al «rafforzamento del sussidio di disoccupazione». Per cui, «purtroppo», non ci sono soldi. Quindi non esiste il sussidio… Facile previsione: nel solo 2012, avremo tra i 300 e i 500mila disoccupati in più. E non un solo posti di lavoro nuovo.
Essere presi per i fondelli non è simpatico, ma i «professori» sono stati capaci di andare oltre. Può essere ammesso, ma non concesso che il lavoro flessibile (ci si riferisce all’insieme dei 48 contratti precari, ma in modo «dolce e suadente») possa essere reso più caro, invece che abolito. E che l’incentivo alla «stabilizzazione» del rapporto di lavoro sia affidato alla defiscalizzazione degli oneri contributivi. Certo, per una schiera di ministri che ripete continuamente di voler creare «opportunità per i giovani» sarebbe più coerente se prevedesse una drastica eliminazione di quei contratti, lasciando alla «stagionalità» i mestieri di bagnino e di maestro di sci.
Ma è il terzo pilastro della struttura illustrata ieri i punto più preoccupante: il contratto calibrato sul ciclo di vita. Se siete abituati a diffidare delle formule verbali fantasiose, fate bene a preoccuparvi. Il ministro Fornero è stata parca di contenuti e ricca di immagini: «serve un contratto che evolve con l’età», «piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per ogni età». La sovrabbondanza di riferimenti all’«evoluzione» suggerisce la scomparsa di meccanismi contrattuali certi e validi per tutti. Ai tre anni del «contratto di ingresso» – una sorta di apprendistato, ma senza godere di alcun diritto (a parte un «risarcimento» proporzionale alla durata del lavoro) – seguirebbe non l’attuale «contratto a tempo determinato» ma una sorta di terra di nessuno. Bisognerebbe infatti capire fino a quale età si può essere assunti con l’«ingresso», perché per un 50enne sarebbe una presa in giro eccessiva.
Nell’insieme, dunque, scompare la «norma contrattuale nazionale» – il principio giuridico dell’egualianza di trattamento – e viene adombrato il «contratto su misura». Berlusconi, nel 2001, ci aveva fatto un pensierino, chiamandolo «contratto Internet» o individuale. Poi ripigò sul più casareccio «lavoretto».
Ma, almeno, tutta questa storia ha fatto accantonare la fissazione per l’art. 28? Ma quando mai. Il premier è stato chiaro: «non può essere un tabù». Per chi è abituato alla logica, vedendo che il governo presenta le proprie proposte come immodificabili, diventa chiaro che i «tabù» sono esattamente i bersagli che si prefigge di colpire.
Francesco Piccioni
tratto da “Il Manifesto”
24 gennaio 2012

da
http://www.senzasoste.it/migranti/rosarno-due-anni-dopo-perche-gli-africani-vivono-ancora-nei-ghetti
Vengono soprattutto dal Nord. Avevano case, documenti e un buon lavoro. Hanno perso tutto con la crisi e oggi lavorano nelle raccolte. Duemila lavoratori africani (e altrettanti dell`Est Europa) cercano lavoro a giornata nella raccolta delle arance. Di Rosarno dicono: “E` un`onta per l`umanità”. Sono lo specchio della crisi italiana: pagano affitti cari come a Roma e chiedono semplicemente diritti e regole. Come tutti i lavoratori.
La domanda è: che ci fanno qui? Li chiamano clandestini e loro vogliono regole; sanno fare di tutto e sono costretti a raccogliere mandarini; leggono Tahar Ben Jelloun e ricevono lettere offensive. Quest`anno i contrasti sono più evidenti del solito, perché ci sono soprattutto quelli del Nord. Sono gli espulsi dalla crisi delle fabbriche, vittime della legge Bossi-Fini che ha collegato posto fisso e permesso di soggiorno. Sono africani che parlano con accenti 'padani`. Sono quello che saremmo noi senza i residui di welfare e senza l`aiuto delle famiglie.
Prendete Ahmed. Lavorava a Cuneo. Oggi si trova sballottato in un pezzo di Calabria che non gli sembra neppure Italia. E` esterrefatto, lui che è nato a Casablanca, dall`assenza di regole. Era abituato a salari da 60 euro al giorno, contributi pagati, affitti in regola. Oggi, dopo una giornata a raccogliere le arance, gli danno una banconota da 20. E però gli chiedono 500 euro per una stanza: la cifra che paga uno studente a Roma. Ma l`affitto è un 'privilegio` riservato ai regolari.
Nessun proprietario rischia il carcere o il sequestro dell`immobile. Un appartamento 'in centro` costa fino a 1400 euro al mese. Tanti soldi, troppi. Con un euro a cassetta (il compenso per il cottimo) non si possono pagare le spese e mandare soldi a casa, dal Western Union sempre affollato che si trova sulla 'Nazionale`. Le soluzioni sono tre. Dividere un appartamento in tanti, con cento euro a testa te la cavi ma lo 'spazio vitale` è ridottissimo. Oppure provare a ottenere un letto sul centinaio di posti disponibili al campo container fuori dal paese (sono già tutti esauriti da tempo). Infine, dormire nei casolari e sperare che il freddo non ti uccida. E che alla polizia non venga voglia di fare uno sgombero a campione, come avveniva l`anno scorso.
Il lavoro ‘rosarnizzato`
Salari bassi e alto costo della vita, ecco le cause della povertà estrema che colpisce tanto i giornalisti che arrivano qui e visitano i casolari come la Pomona o la Fabiana. Nessuno lo dice ma tanti lo pensano: sono poveri perché africani. Al loro paese stavano così. Aiutiamoli, come aiuteremmo i poveri del continente nero. E invece disoccupazione e leggi ingiuste sono gli stessi problemi che colpiscono i lavoratori italiani, che però non sono perseguitati da una legge che nega i documenti se non hai un contratto di lavoro. E possono contare ancora su un 'paracadute`.
'Se non avessimo il sistema di protezione delle famiglie, anche noi dormiremmo sotto gli alberi`, spiega Salvatore Lo Balbo, per anni nella segreteria nazionale della Flai Cgil. Mentre tutti continuano a chiedersi se Rosarno è cambiata (il titolo 'Nulla è cambiato` è stato ossessivamente pubblicato in occasione del secondo anniversario della rivolta), si è 'rosarnizzato` il lavoro italiano: paghe sempre più basse, condizioni sempre più precarie e l`abitudine di scaricare il disagio della crisi sul livello più basso delle varie filiere.
Tutto tranne l`essenziale
F. è una prova vivente dei deliri della burocrazia italiana. Ha in tasca il 'libretto di lavoro per extracomunitari` della direzione del lavoro di Foggia, il libretto di idoneità sanitaria della AUSL foggiana di San Severo, la carta di identità e il codice fiscale. Gli manca il documento più importante: il permesso di soggiorno. Anni fa a Manfredonia fecero un controllo mentre lavorava, non era in regola e gli consegnarono un foglio di via. Da allora e per sempre è 'clandestino`. Eppure ci dice: 'Vogliamo pagare le tasse come gli italiani, invece siamo costretti a vivere in una casa abbandonata. Senza acqua, senza luce`.
Lavoravano nelle fabbriche di Treviso o nelle aziende agricole della Puglia, sanno stare alla catena di montaggio o guidare un trattore, cucinano piatti da ristorante parigino (il thieb yappe, riso con carne, di Boubakar è degno dell`alta cucina internazionale), parlano nella peggiore delle ipotesi tre lingue e sono da anni in Europa. Sembra uno scherzo del destino quello che li ha portati qui. Accanto a loro ci sono 'quelli della Libia`. Spaesati, confusi. Lavoravano anche loro, spesso con buone posizioni, nel paese arabo. Poi la guerra li ha spazzati via, stretti tra i fedeli di Gheddafi e i ribelli. Una barca direzione Lampedusa era l`unica via di fuga. Quando la salvezza sembrava raggiunta hanno conosciuto il sistema italiano di gestione di rifugiati. Tempi lunghi e tanti dinieghi. Avvocati che promettono ricorsi. Soldi da spendere, attese e alla fine una sola prospettiva di lavoro: la campagna. Rosarno è una parola che gira spesso tra migranti, d`inverno. 'C`è lavoro quest`anno?`, ci avevano chiesto due settimane fa tre africani ospitati a Caulonia, nei pressi di Riace. Vengono dal Ghana, dalla Somalia e dalla Liberia e attendono la risposta alla loro richiesta d`asilo. Come tanti, non vogliono stare senza fare niente. E prendono il treno che porta a Rosarno.
Festassemblea
Due anni fa i 'fatti`, la rivolta dei neri, la reazione della popolazione locale, la fuga e la cacciata di un migliaio di uomini di colore in poche ore. Oggi nello spiazzo della 'seconda area industriale` (ovviamente una distesa di capannoni abbandonati) si tiene una 'festassemblea`, organizzata dall`associazione Equosud. In queste campagne stanno per arrivare 100mila metri cubi di calcestruzzo per un rigassificatore. Gli africani e i portuali in cassa integrazione, i giovani di 'San Ferdinando in movimento` che si oppongono all`impianto inquinante e i piccoli produttori collegati ai gruppi di acquisto in tutta Italia hanno occupato simbolicamente per un giorno il terreno.
Le politiche nazionali 'ricacciano tutti nelle campagne più interne, nei casolari dove si sta ancora peggio di prima, col terrore accresciuto d`incorrere per un controllo nei rigori della Bossi-Fini`, spiega Equosud. 'Rosarno è un`onta per tutta l`umanità, per l`Italia, per questo posto`, dice Ibrahim in assemblea. Alla fine della giornata i manifestanti piantano simbolicamente alcuni alberi di arance. Interviene la polizia, manca l`autorizzazione. Siamo al confine tra il regno mafioso dei Piromalli e quello dei Pesce – Bellocco.
A poca distanza dagli alberelli fuorilegge una colata di cemento è diventata una piccola pista abusiva per aeromodellismo. Un po` più in là un paio di discariche di piccoli cubetti di cemento. A due chilometri di distanza, sulle banchine del porto, le ‘ndrine fanno arrivare dall`America Latina le tonnellate di coca che invaderà l`Europa, nascoste nei container, nei blocchi di marmo, nelle confezioni di frutta. Alla fine gli alberi saranno piantati, mentre due consiglieri comunali ci raccontano dell`ennesima minaccia contro l`assessore ai lavori pubblici, Teodoro De Maria. Nuovamente tagliate le piante di kiwi nei terreni di famiglia. La notizia è stata comunicata dall`amministrazione comunale in conferenza stampa. 'Continueremo il lavoro avviato senza farci intimidire`, ha detto il sindaco Elisabetta Tripodi.
Il pacchetto sicurezza
Paradossalmente, oggi quelli più sicuri sono gli africani. Nessuno li toccherebbe mai, dopo tutto quello che è successo. Saliamo a piedi dalla stazione a piazza Valarioti. Solo stranieri ai bordi delle strade: fanno la spesa, ricaricano i cellulari, chiacchierano tra loro. Fino a due anni fa era un incubo. Balordi col motorino e le mazze potevano colpirti per gioco, solo gli stranieri camminano a piedi. Oggi vediamo ragazzi col casco e la raccolta differenziata porta a porta. Una donna sindaco, una nuova amministrazione. Chi comanda oggi a Rosarno? 'Noi`, mi rispondono due consiglieri della maggioranza democraticamente eletta dopo due scioglimenti consecutivi per mafia, record italiano. Non sono tutti d`accordo. Dopo le retate contro i Pesce e i Bellocco potrebbe ridisegnarsi la geografia mafiosa. Stanno per arrivare imponenti fondi pubblici, dai milioni per i centri immigrati ai PISU. Ma fossero anche pochi euro per un`aiuola, quello che conta sono i simboli. Chi imporrà il suo volere allo Stato potrà incoronarsi nuovo re di Rosarno.
'Conosci Bel Jelloun?`, mi chiede Ahmed. Molti suoi compagni parlano francese, inglese, arabo. E` curioso sentirsi ignorante nelle campagne del Sud dove tutti vedono degrado e miseria, ma è quello che succede confrontandosi con queste persone colte e intelligenti. E generose: K. è stato assunto in regola nell`ambito dei progetti di Equosud, ma non è contento: 'I miei fratelli vengono sfruttati e lavorano in nero`. E` rimasta strana, Rosarno. Un gruppo di cittadini – rigorosamente anonimi – ha scritto alle autorità lamentando che i neri 'si riversano nelle strade della città, molte volte senza meta. E urinano di fronte alle bambine`. E` strano questo luogo dove la generosità senza limiti del gruppo di Africalabria – da anni avanti e indietro nei ghetti a rispondere a tutti i bisogni – convive con deliri senza fondamento. E negozi di lusso accanto a baracchette, luci vicino al buio, palazzottotti autocostruiti e non finiti e locali di lusso, da grande città. La ricchezza è distribuita in maniera ineguale, come accade in genere al denaro sporco. E sarebbe rimasta così, ingiusta e ineguale, senza l`iniezione di lavoratori africani che ha avviato un percorso di speranza.
Antonello Mangano
gennaio 2012
da http://www.eilmensile.it/2012/01/18/sicilia-uno-sguardo-oltre-i-forconi/
Stella Spinelli
La Sicilia da lunedì è teatro di una mobilitazione che sta coinvolgendo agricoltori, pescatori, edili, disoccupati, artigiani e autotrasportatori (Aias) impegnati a dire basta all’indifferenza dei politici per le sorti dell’isola. Sono le “Cinque giornate di Sicilia” improntate su manifestazioni nei punti cruciali di autostrade e svincoli, in modo da bloccare la regione e impedire l’uscita e l’entrata di qualsiasi prodotto. Una protesta che si sta rivelando efficace, grazie anche allo stop totale della circolazione di camion e mezzi pesanti in tutta la Sicilia. A organizzarla, una cordata chiamatasi Forza d’urto, costituita anche dal Movimento agricolo dei Forconi e da gruppi spontanei, espressione di un malcontento reale, che in molti, sin da subito, stanno tentando di strumentalizzare. È il caso di Forza Nuova e delle correnti della destra estrema, che in vari modi hanno appoggiato la manifestazione. Eppure, in tutte le occasioni, manifestanti e organizzatori hanno precisato di rifiutare ogni etichetta e di respingere chiunque si presenti con qualche bandiera. Dov’è la verità? Ce lo spiega Vito Lo Monaco, presidente del Centro Studi Pio La Torre di Palermo.
Questo tipo di manifestazioni che si ripetono ciclicamente nei momenti di crisi sono politicamente strumentalizzabili, ma sono espressione di un malcontento reale. A provocarlo più fattori. Innanzitutto, la profonda crisi strutturale dell’economia agricola siciliana, fondata sulle medie e piccole aziende ormai non più protette né dalle politiche comunitarie – dirette verso le imprese medio-grandi – né dalle politiche statali e regionali, ridotte nella loro possibilità di intervento.
A questo si aggiunge la debolezza, anch’essa strutturale, del tessuto agroalimentare siciliano nel collegamento con il mercato globalizzato. E questo è un fatto storico non recente e di difficile soluzione visto che sono venute meno le forze che avrebbero dovuto promuovere questo tipo di aggregazione. Parlo delle associazioni, del movimento cooperativo e delle altre organizzazioni professionali, che nella loro politica generale si sono profondamente indebolite. A dimostrarlo il fatto che nelle scelte di politica economica anti-crisi la questione agricola viene solo sfiorata.
Da qui questa protesta?
Certo. La tensione sociale, il malcontento, sono ormai così profondi che la gente si auto-organizza anche su basi elementari, che alle volte sembrano anche corporative, e che cedono all’antipolitica. Contro tutto e tutti, diventando così anche facile preda dell’antipolitica cosciente.
Il punto è che in Sicilia c’è una profonda debolezza politica del movimento agricolo organizzato, che non riesce a diventare il tramite di questo malcontento. Quindi questa gente, da sempre combattiva, alla fine esplode. Ed esplode in questo tipo di movimenti. Un po’ come i pastori sardi, ai quali si collegano con il Movimento dei Forconi. Hanno queste forme di qualunquismo associate però a un’esasperazione sociale vera. La gente è veramente in crisi. Girando per i campi della Sicilia è ben visibile come si sia ridotta la superficie seminativa, e come siano entrate in crisi le serre, che costituivano il settore più avanzato dell’agricoltura siciliana, ossia l’ortofrutta, un settore fondamentale dal quale dipende la maggioranza delle famiglie, che ora è sull’orlo del disastro. Tutto questo, senza una politica che almeno tenti di rispondere a questa emergenza, e senza strumenti di aggregazione, dà come risultato l’esplosione. Siamo di fronte a una crisi d’identità delle organizzazioni rappresentative e a una crisi d’identità del tessuto sociale, che unite non si sa dove vanno a parare.
Ma a discredito del Movimento dei Forconi c’è anche l’episodio che lo lega a Vittorio Sgarbi e alla sua invettiva contro le terre espropriate alla mafie e consegnate alle cooperative sociali come quelle gestite da Libera di Don Ciotti. Sgarbi ha gridato a favore del fatto che la terra, invece, torni ai contadini siciliani e non alle cooperative sociali. Che ne pensa?
Penso che Sgarbi sia un populista da strapazzo e che questo episodio dimostri lo spessore della strumentalizzazione politica a cui questo movimento è sottoposto. Innanzitutto la terra gestita dalle cooperative sociali organizzate da Libera è tornata in mano a gente che la sta lavorando. Si tratta soprattutto di giovani contadini siciliani che si stanno cimentando in un’attività nuova per loro, ridando vita a terre che la malavita aveva sottratto attraverso traffici illeciti. Il fatto che Sgarbi se ne esca dicendo ‘Ridiamo la terra ai contadini’ come se fossimo di fronte ai contadini del 1945 senza terra è anacronistico e assurdo. Il problema degli agricoltori in Sicilia non è la mancanza di terra da coltivare, è il controllo del mercato, è la presenza sul mercato. Hanno bisogno di capitale e di innovazione tecnologica, che nessuno fornisce loro, perché le politiche agroalimentari e agroindustruiali non sono rivolte a loro. Sgombriamo questo movimento frutto del malcontento dalle sovrastrutture politiche e culturali di strumentalizzazione e ascoltiamolo, perché il dato di fatto resta ed è la sofferenza reale della gente che nessuno, né i partiti, né le organizzazioni professionali riescono a capire e a organizzare dandole uno sbocco positivo.
E la mafia, in tutto questo, dove si pone?
In tutti i segmenti dove c’è ricchezza. Il compito della mafia è impadronirsi della ricchezza in modo illecito e trasferirla nelle aree dove più conviene. Gli investimenti mafiosi non sono infatti più sui terreni agricoli siciliani, ma sono nel capitale finanziario o nelle grandi città come Milano, o all’estero. Proprio come fanno i camorristi e la ‘ndrangheta
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Mentre in Romania la piazza insorge (si trova qui una spiegazione di base dei fatti http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/6266/) in Sicilia si sviluppa il Movimento dei Forconi.
Propongo una discussione su questo fenomeno tanto radicale nella prassi quanto ideologicamente confuso partendo da un articolo breve (ma pieno di riferimenti su cliccare) con alcuni links di riferimento, prendendoci il tempo necessario per leggerli.
Credo sia evidente che stia scoppiando la rabbia ed il malcontento, anche in situazioni -come i contadini- spesso molto lontane dalla cultura politica marxista; reputo tuttavia che non cercare di comprendere il fenomeno, primo passo per entrare nelle lotte ed egemonizzarle in una prospettiva politica e sociale di ampio raggio, sia un errore da evitare, anche perchè storicamente non sarebbe la prima volta: se si lascia un vuoto è sempre un altro ad entrare e infatti in questa protesta stanno entrando i fascisti.
da http://ecoalfabeta.blogosfere.it/2012/01/sicilia-la-rivolta-contadina-del-movimento-dei-forconi.html
Ieri è scoppiata la rivolta dei contadini di Sicilia. Sono il "movimento dei forconi";protestano perchè economia di mercato e globalizzazione hanno fatto crollare il prezzo degli alimenti al di sotto del loro livello di sopravvivenza.

di Marco Pagani
Una rivolta è la lingua degli inascoltati diceva Martin Luther King, e i contadini, troppo a lungo inascoltati, ora stanno iniziando a fare sul serio. In Sicilia, il Movimento dei Forconi e gli autotrasportatori hanno dichiarato ieri 5 giorni di agitazone e di lotta. Occuperanno i luoghi strategici e simbolici dell'isola: svincoli autostradali, porti, aeroporti, raffinerie, banche.
Perchè protestano? Essenzialmente perchè i "padroni del cibo" (grossisti, grande distribuzione) li stanno strozzando imponendo prezzi troppo bassi, spesso inferiori ai costi di produzione.
Il cibo non può costare troppo poco, non può scendere sotto al livello di dignità di chi coltiva. Commenta Il Fatto: "Arance e pomodori, grano e zucchine non hanno più valore". Se ci pensiamo bene, questa frase non ha senso, visto che un pomodoro, se coltivato nei dovuti modi, non cambia nei secoli il suo valore nutrizionale.
Ciò che non vale più in realtà è il lavoro degli agricoltori: meccanizzato, "chimicizzato", sussidiato, ha perso ogni valore e significato. Sarebbe ora di fare tornare l'agricoltura a camminare sullle sue gambe pagando il giusto prezzo di ciò che mangiamo.
Sarebbe il caso di inziare a parlare di commercio equo e solidale anche per quanto riguarda l'Italia e l'Europa.
Questa rivolta contadina siciliana ha alcuni aspetti ambigui: c'è il serio rischio del corporativismo, del separatismo isolano e dell' infiltrazione di gruppi antidemocratici. Eppure è un fatto troppo importante per ignorarlo e per non iniziare a comprenderne le ragioni.
Link utili:
"Da anni diciamo via da lì le grandi navi"
Eleonora Martini
15.01.2012
Truffatori di bassa lega, con qualche competenza soprattutto nell'agiramento delle norme. I "tecnici", insomma, quasi cone degli avvocaticchi qualsiasi. Specie sull'acqua pubblica. www.contropiano.org
Corrado Oddi – Fp Cgil – Forum italiano movimenti per l'acqua
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Alberto Lucarelli – Assessore ai beni comuni e alla democrazia partecipativa Comune di Napoli