TAMBURI DI GUERRA

Pubblicato da il 20 gennaio 2012.

 

BATTONO I TAMBURI DI GUERRA: PROVOCARE L’IRAN PERCHÉ “SPARI IL PRIMO COLPO”?

- DI MICHAEL CHUSSUDOVSKYGlobal Research -

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Introduzione

Mentre la possibilità di una guerra con l’Iran è riconosciuta nei servizi giornalistici degli Stati Uniti, le sue implicazioni regionali e globali sono solo superficialmente analizzate.

Pochissime persone in America sono consapevoli o informate su quanto concerne la devastazione e la perdita di vite umane che si potrebbero verificare nel caso di un attacco contro l’Iran promosso dagli Stati Uniti e da Israele. I media sono coinvolti in un processo intenzionale di mimetizzazione e di distorsione.

I preparativi di guerra secondo il paradigma “Global Strike”, tutto accentrato e coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti (STRATCOM), non sono presenti sulle prime pagine dei giornali, dove possiamo leggere invece notizie su questioni di interesse pubblico decisamente insignificanti, come quelle su scenari criminali a livello locale o le relazioni gossip dei tabloid sulle celebrità di Hollywood .

La “Globalizzazione della Guerra”, che prevede il dispiegamento egemonico di una formidabile forza militare USA-NATO in tutte le principali regioni del mondo, è irrilevante agli occhi dei media occidentali.

In un più ampio panorama le implicazioni di questa guerra sono banalizzate o sottaciute. Le persone sono portate a credere che la guerra faccia parte di un “mandato umanitario”, e che l’Iran, così come gli alleati dell’Iran, in particolare Cina e Russia, costituiscano una implacabile minaccia per la sicurezza globale e per la “democrazia dell’Occidente”.

Mentre vengono usati i sistemi d’arma tecnologicamente più avanzati, le guerre degli Stati Uniti non sono mai presentate come “operazioni di killeraggio”, che determinano pesanti perdite civili. Mentre l’incidenza dei “danni collaterali” viene riconosciuta, le guerre condotte dagli Stati Uniti sono annunciate come uno strumento indiscutibile di “consolidamento della pace” e di “democratizzazione”.

Questa idea contorta che fare la guerra è per “una giusta causa”, si va radicando nell’intima coscienza di milioni di persone. Un quadro del “bene contro il male” mette in ombra la comprensione delle cause e delle conseguenze devastanti della guerra.

All’interno di questa mentalità, la realtà e i principi sono capovolti. La guerra diventa pace. La bugia diventa verità. Il mandato umanitario del Pentagono e della NATO non può essere contestato.

Nelle parole del presidente Obama, “nessuna opzione può essere presa in considerazione che sia esterna alla nostra agenda, che prevede solo il perseguimento dei cattivi soggetti”. Predomina una dottrina inquisitoria simile a quella dell’Inquisizione spagnola. Alle persone non viene più concesso di pensare.

L’Iran è un paese di quasi 80 milioni di persone. Costituisce un importante e significativo potere militare ed economico regionale. Possiede il dieci per cento delle riserve mondiali di petrolio e di gas, oltre cinque volte quelle degli Stati Uniti d’America.

La conquista delle ricche risorse petrolifere iraniane è la forza trainante che investe l’agenda militare usamericana. Il petrolio e il gas dell’Iran sono il trofeo non dichiarato di una guerra a guida usamericana, che negli ultimi nove anni si trova sul tavolo di progettazione operativa del Pentagono.

Mentre gli Stati Uniti sono sul piede di guerra, l’Iran è stato – per più di dieci anni – attivo nello sviluppare le sue capacità militari, nell’eventualità di un’aggressione promossa dagli Stati Uniti.

Se dovessero scoppiare le ostilità tra l’Iran e l’Alleanza militare occidentale, questo potrebbe innescare una guerra regionale, che andrebbe a estendersi dal Mediterraneo ai confini con la Cina, che potenzialmente potrebbe condurre l’umanità nel dominio di uno scenario da Terza Guerra Mondiale.

Il governo russo, in una recente dichiarazione, ha avvertito gli Stati Uniti e la NATO che “se l’Iran dovesse essere trascinato in qualsiasi situazione avversa dal punto di vista politico o militare, questo costituirà una diretta minaccia alla nostra sicurezza nazionale.” In buona sostanza, questo significa che la Russia si considera un alleato militare dell’Iran, e che la Russia agirà militarmente se l’Iran venisse attaccato.

Dispiegamento militare

L’Iran è l’obiettivo dei piani di guerra USA-Israele-NATO.

Sono stati messi in campo avanzati sistemi d’arma. Forze speciali usamericane e alleate e agenti dei servizi segreti sono già sul terreno all’interno dell’Iran. Droni militari degli Stati Uniti sono impiegati in attività di spionaggio e di ricognizione.

Armi nucleari tattiche B61 “bunker buster” (distruggi bunker) sono candidate ad essere utilizzate contro l’Iran come rappresaglia per il suo presunto programma di armi nucleari.

Ironia della sorte, nelle parole del Ministro della Difesa usamericano Leon Panetta, l’Iran non possiede un programma di armamenti nucleari. “Stanno cercando di sviluppare un’arma nucleare? No!

Il rischio di un conflitto armato tra una coalizione a guida Stati Uniti-Israele e l’Iran è, secondo gli analisti militari israeliani, “pericolosamente vicino”.

È avvenuto un massiccio dispiegamento di truppe che sono state inviate in Medio Oriente, per non parlare del riposizionamento delle truppe usamericane e alleate in precedenza di stanza in Afghanistan ed Iraq.

Novemila soldati statunitensi sono stati inviati in Israele per partecipare a quella che viene descritta dalla stampa israeliana come la più grande esercitazione bellica congiunta di difesa aerea della storia israeliana. Le manovre, indicate con Austere Challenge 12, sono previste avvenire entro le prossime settimane. Il loro scopo dichiarato “è quello di testare i molteplici sistemi di difesa aerea israeliani e statunitensi, in particolare il sistema Arrow, che Israele nello specifico ha sviluppato con il concorso degli Stati Uniti per intercettare i missili iraniani.”

Rapporti suggeriscono anche un sostanziale aumento del numero di riservisti che vengono impegnati in Medio Oriente. Viene confermato che personale riservista dell’Air Force degli Stati Uniti è stato inviato presso le basi militari in Asia sud-occidentale (Golfo Persico).

Dal Minnesota oltre 120 avieri tra piloti, navigatori, meccanici, ecc. sono partiti per il Medio Oriente, l’8 gennaio. Dalle basi in North Carolina e Georgia, personale riservista “è in attesa di essere dislocato con le proprie unità nei prossimi mesi”. (Vedi fayobserver.com, 18 dicembre 2011)

In Medio Oriente, sono state inviate anche unità della riserva della Guardia Costiera degli Stati Uniti (Riservisti della Guardia Costiera diretti in Medio Oriente military.com, 5 gennaio 2012).

Da questi rapporti locali, tuttavia, è impossibile stabilire il complessivo aumento di riservisti statunitensi dalle diverse divisioni delle forze armate degli Stati Uniti, che sono stati assegnati all’“operazione guerra all’Iran”.

In Medio Oriente sono stati inviati anche riservisti dell’esercito della Gran Bretagna.

Truppe degli Stati Uniti verso Israele e il Golfo Persico

In buona sostanza, Israele è diventato l’avamposto militare degli Stati Uniti. Le strutture di comando degli Stati Uniti e di Israele vengono integrate, con una stretta concertazione tra il Pentagono e il Ministero della Difesa di Israele.

Un gran numero di truppe degli Stati Uniti sarà di stanza in Israele, una volta che i piani di guerra sono stati completati. L’assunzione di questo dispiegamento militare è l’allestimento scenico di un attacco aereo congiunto USA-Israele contro l’Iran.

L’escalation militare verso una guerra regionale fa parte dello scenario militare:

Questa settimana, migliaia di soldati degli Stati Uniti hanno iniziato ad arrivare in Israele. […] molti sarebbero rimasti fino alla fine dell’anno come parte dell’integrazione in approntamento fra esercito degli Stati Uniti ed esercito di Israele (US-IDF) in vista di un impegno militare contro l’Iran e la sua possibile escalation in un conflitto regionale.

Essi saranno affiancati da una portaerei statunitense. Gli aerei da combattimento dai suoi ponti condurranno missioni in coordinazione con aerei dell’aviazione di Israele.

I 9.000 militari statunitensi che confluiranno in Israele nelle prossime settimane sono per lo più aviatori, squadre di intercettazione missilistica, marines, marinai, tecnici e funzionari dei servizi segreti.

Anche Teheran sta camminando sul filo del rasoio. Vengono messe in scena manovre militari a distanza ravvicinata per assicurare il popolo iraniano che i suoi dirigenti sono pienamente preparati a difendere il paese contro un attacco usamericano o israeliano contro il suo programma nucleare nazionale. Con questo stratagemma, le forze di terra, di mare e di aria dell’Iran sono mantenute costantemente all’erta bellica, pronte a contrastare qualsiasi attacco di sorpresa.

Secondo il comunicato ufficiale, le manovre congiunte USA-Israele metteranno alla prova i sistemi multipli di difesa aerea israeliani e statunitensi contro razzi e missili in arrivo.

(DEBKAfile, 6 gennaio 2012.

Nel frattempo, il Pentagono ha inviato circa 15.000 soldati usamericani in Kuwait. Questi fanno parte di due brigate di fanteria dell’esercito e di un reggimento di elicotteri. Inoltre, di stanza nel mare Arabico, la Marina degli Stati Uniti sta utilizzando due portaerei con i loro rispettivi gruppi di attacco, la Carl Vinson e la John Stennis. (Debka, 13 gennaio 2012).

I media occidentali hanno a malapena menzionato questi dispiegamenti di truppe: L’ultimo dispiegamento [delle truppe statunitensi in Kuwait], che è stato annunciato senza eccessiva enfasi al pubblico, aggiunge un numero straordinario di truppe in linea con l’arsenale usamericano che ora sta circondando l’Iran letteralmente su tutti i fronti.

(Russia Today, US stations 15,000 troops in Kuwait 13 gennaio 2012)

Questo massiccio dispiegamento di truppe statunitensi in Israele e negli Stati del Golfo ha qualche attinenza col ritiro e il riposizionamento delle truppe usamericane in precedenza di stanza in Iraq? Le truppe appostate in Kuwait opereranno sotto l’egida del Comando Centrale USA.

Giochi di guerra

Stanno per essere condotte in contemporaneo manovre navali e di difesa missilistica USA-Israele. Nel frattempo, l’Iran ha annunciato che nel mese di febbraio condurrà i suoi giochi di guerra proprio nel Golfo Persico.

Si sta mettendo in atto un imponente spiegamento di truppe e di strutture militari avanzate.

La Marina Reale della Gran Bretagna ha inviato il suo vascello da guerra di concezione più avanzata, il Type 45 destroyer HMS Daring, “progettato in modo da non potere essere individuato dai radar”.

Un HMS della classe Daring del Regno Unito
La portaerei Charles de Gaulle

Giochi di guerra

Nel frattempo, anche la Repubblica Islamica dell’Iran è sul piede di guerra. Le Forze Armate iraniane sono in una fase avanzata di preparazione per difendere i confini del paese e per lanciare una rappresaglia in caso di un attacco condotto da Israele e gli Stati Uniti.

L’Iran ha completato un’esercitazione navale nei pressi dello Stretto di Hormuz della durata di dieci giorni nel mese di dicembre. Ora ha annunciato che sta progettando nuove manovre navali, nome in codice “Il Grande Profeta”, il cui svolgimento è in programma a febbraio.

I giochi di guerra di dicembre dell’Iran prevedevano i test di lancio di due sistemi di missili a lungo raggio, tra cui il Qadar (un potente missile mare-terra) e il Nour, un missile superficie-superficie. “Secondo fonti di stato iraniane, il Nour è un missile guidato e controllato, avanzato per eludere i radar e cercare il bersaglio”, (Vedi The Pentagon to Send US Troops to Israel. Iran is the Unspoken Target, Global Research, 4 gennaio 2012).

Inoltre, l’esercito iraniano ha riferito di numerosi altri test di lancio di missili a breve, a medio e lungo raggio […] le autorità iraniane hanno comunicato di test di lancio del missile Mehrab a medio raggio, terra-aria, in grado di eludere i radar. (Ibid)

Test missilistico iraniano

 

La domanda cruciale: il Pentagono, cercando di innescare deliberatamente uno scontro militare nel Golfo Persico, è alla ricerca di ottenere un pretesto e una giustificazione per scatenare una guerra totale contro la Repubblica islamica dell’Iran?

Gli strateghi militari statunitensi ammettono che la Marina degli Stati Uniti si troverebbe in una posizione di svantaggio rispetto alle forze iraniane nel corridoio stretto dello Stretto di Hormuz:

Nonostante la sua potenza e la forza di impatto, la geografia opera letteralmente contro il potere navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La relativa ristrettezza del Golfo Persico lo rende simile a un canale, almeno in un contesto strategico e militare. Metaforicamente parlando, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque anguste o sono chiuse all’interno di acque costiere del Golfo Persico. […] Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che una guerra nel Golfo Persico contro l’Iran si dimostrerebbe un disastro per gli Stati Uniti e per il suo esercito.

(Mahdi Darius Nazemroaya, The Geo-Politics of the Strait of Hormuz: Could the U.S. Navy be defeated by Iran in the Persian Gulf?, Global Research, 8 gennaio 2012)

Scatenare un incidente, pretesto per la guerra: provocare l’Iran a “tirare il primo pugno”

L’amministrazione Obama è disposta a sacrificare una o più navi della Quinta Flotta, con conseguenti perdite massicce tra i soldati e i marinai, al fine di raccogliere l’appoggio dell’opinione pubblica per una guerra contro l’Iran per motivi di legittima difesa?

Come documentato da Richard Sanders, la strategia di provocare un incidente pretesto per la guerra è stata usata in tutta la storia militare degli Stati Uniti.

Nel corso della storia, gli strateghi militari hanno usato varie forme di raggiro per ingannare i loro nemici. Poiché il sostegno dell’opinione pubblica è così cruciale per il processo di avviamento e conduzione della guerra, anche la popolazione a casa è soggetta a stratagemmi menzogneri. La creazione di falsi pretesti per giustificare l’entrata in guerra è un primo passo importante nella costruzione dell’appoggio pubblico per tali nefaste avventure. Forse la scusa più comune per la guerra è un attacco nemico apparentemente immotivato. Tali aggressioni, tuttavia, sono spesso fabbricate ad arte, istigate o deliberatamente si permette che avvengano. Esse vengono poi sfruttate per suscitare nella pubblica opinione solidarietà e vicinanza per le vittime, sono indispensabili per demonizzare gli aggressori e costruire un sostegno di massa alla “rappresaglia” militare.

Come i bulli della scolaresca quando urlano aggressivi, ‘È lui che mi ha colpito per primo!’, gli strateghi militari sanno che è irrilevante se l’avversario davvero ‘ha tirato il primo pugno’.

Fino a quando può sembrare che l’attacco sia stato provocato, il bravaccio riceve licenza di ‘rispondere’ con la forza. Bulli e pianificatori di guerra sono esperti nell’insultare, prendere in giro e minacciare i loro avversari. Se il nemico non può essere indotto a ‘sparare il primo colpo’, è abbastanza facile mentire su quello che è veramente successo. A volte, questo è sufficiente per giustificare un pestaggio all’interno del cortile della scuola o una guerra genocida.

Tale stratagemma fraudolento è stato probabilmente impiegato da ogni potenza militare nel corso della storia. Durante l’Impero romano, la causa per la guerra – casus belli – è stato spesso inventata per nascondere le vere ragioni per la guerra. Nel corso dei millenni, anche se le armi e le strategie di battaglia sono decisamente cambiate, lo stratagemma ingannevole di usare incidenti pretesto per fomentare la guerra è rimasto straordinariamente coerente.

(How to Start a War: The American Use of War Pretext Incidents, Global Research, 9 gennaio 2012)

Pearl Harbor si distingue come il casus belli, il pretesto e la giustificazione per l’ingresso dell’America nella Seconda guerra mondiale.

Il Presidente Roosevelt sapeva che Pearl Harbor sarebbe stato attaccato dal Giappone e non fece nulla per impedirlo. A una riunione del 25 novembre 1941 del consiglio di guerra, “le osservazioni del ministro della Guerra Henry Stimson esprimevano con franchezza l’opinione generale prevalente: ‘Il problema era come dovremmo manovrare [i Giapponesi] in modo da indurli a … sparare il primo colpo, senza procurare un danno troppo grande a noi stessi’” (Patrick Buchanan, Did FDR Provoke Pearl Harbor?, Global Research, 7 dicembre 2011).

 


I Giapponesi possono attaccare nel fine settimana!
Kurusu avverte senza mezzi termini.
Uno specialista di questioni estere attacca la follia di Tokio.

La nazione pronta alla battaglia.


(N.d.t.: Kurusu Saburo, 1886-1954, era un diplomatico di carriera giapponese. Egli è ricordato oggi come un inviato che ha cercato di negoziare la pace e la comprensione con gli Stati Uniti, mentre il Giappone stava segretamente preparando l’attacco a Pearl Harbor.)

Alla vigilia dell’attacco, gli Stati Uniti stavano battendo i tamburi di guerra, mentre tenevano nascosto il fatto che “l’amministrazione di F. D. Roosevelt sapeva, ma si guardava bene dall’intervenire”.

 

Un incredibile e massiccia copertura venne messa in pratica pochi giorni dopo l’attacco a Pearl Harbor, […]quando il Capo di Stato Maggiore ordinava la copertura sulla vicenda. ‘Signori’, dichiarava ad una mezza dozzina di ufficiali, ‘questo deve andare con noi nella tomba’.

(John Toland, Infamy: Pearl Harbor and its Aftermath, Doubleday, 1982, p. 321).

Secondo il professor Francis Boyle, con riferimento alla prova di forza in corso nel Golfo Persico tra la Marina degli Stati Uniti e l’Iran:

Ancora una volta, mi sembra di assistere a una situazione simile a quella del 1941, quando F. D. Roosevelt sacrificò sacrificato la Flotta del Pacifico e i suoi uomini a Pearl Harbor, tranne le portaerei, con lo scopo di ottenere il coinvolgimento degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, nonostante il fervente desiderio del popolo usamericano e del Congresso a rimanerne fuori. Déjà vu, tutto come una volta. Ritorno al futuro.

(Francis Boyle, 13 gennaio 2011, comunicazione all’autore via e-mail)

In contrasto con gli eventi del novembre 1941, il Congresso degli Stati Uniti del 2012 è ampiamente favorevole a una guerra contro l’Iran e il popolo degli Stati Uniti è, come risultato della disinformazione dei media, in gran parte inconsapevole delle implicazioni devastanti di un attacco USA-Israele.

Giustificazioni tematiche: demonizzare il nemico

A prescindere dall’“incidente” in cui il nemico è istigato a “tirare il primo pugno”, vengono addotte “giustificazioni tematiche” per demonizzare il nemico e giustificare un casus belli. Armi di distruzione di massa (WMD) e il cambio di regime nel caso dell’Iraq (2003), il sostegno ad Al Qaeda e gli attentati terroristici dell’11 settembre nel caso dell’Afghanistan (2001), il “cambio di regime” e la “democratizzazione” come nei casi della Jugoslavia (1999) e della Libia (2011).

Queste, fra le altre, le giustificazioni tematiche per scatenare una guerra contro l’Iran:

1. L’Iran è accusato di sviluppare un programma di armi nucleari

2. L’Iran è uno “Stato canaglia”, che sfida la “comunità internazionale” e costituisce una minaccia per il mondo occidentale

3. L’Iran vuole “cancellare Israele dalla carta geografica”

4. L’Iran è responsabile per il suo appoggio e la complicità negli attacchi terroristici dell’11 settembre

5. L’Iran è un paese autoritario e antidemocratico, quindi è giustificabile un intervento di “Impegno e Responsabilità alla Protezione” (R2P) al fine di instaurare la democrazia.

[N.d.T.: La dottrina RtoP o R2P della “responsabilità di proteggere” è stata elaborata nel 2001 da un gruppo di leader per i diritti umani di rilievo internazionale, riuniti nella Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità degli Stati. Sotto il loro mandato, la Commissione ha cercato di affrontare la duplice sfida di conciliare la responsabilità della comunità internazionale ad affrontare massicce violazioni di norme umanitarie, con la garanzia del rispetto dei diritti sovrani degli Stati nazionali.

La dottrina R2P ha ricevuto una rinnovata accentuazione nel 2004, quando il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha creato il “Gruppo ad alto livello su minacce, sfide e cambiamento”. Il Comitato è stato creato per identificare le principali minacce per la comunità internazionale nell’ambito delle garanzie per la pace e la sicurezza, e per generare nuove idee sulle politiche e le istituzioni volte a prevenire o affrontare queste sfide.]

Arabia Saudita e Stati del Golfo

In caso di guerra con l’Iran, verrebbero coinvolti gli Stati membri della NATO, nonché i partner della NATO del “Dialogo Mediterraneo”, tra cui i Cinque Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’Arabia Saudita e la Giordania.

L’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo sono in possesso di un formidabile arsenale di armi, di aerei da combattimento F-15, di missili Patriot, di elicotteri Apache e di navi da guerra (made in USA); che verrebbero utilizzati contro l’Iran per conto della coalizione guidata dagli Stati Uniti (vedi The Gulf Military Balance in 2010: An Overview, Center for Strategic and International Studies).

Gli Stati Uniti occupano più di trenta basi e strutture militari, tra cui una base navale in Bahrein, il quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), con sede in Qatar, per non parlare delle sue installazioni militari in Pakistan, Turchia e Afghanistan (vedi cartina geografica)

Basi o strutture militare statunitensi che circondano l’ Iran

 

Secondo le prospettive di Washington, la Royal Air Force dell’Arabia Saudita è destinata ad agire su mandato dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti, operativamente secondo il principio della “interoperatività”.

L’aviazione militare dell’Arabia Saudita è dotata di aerei da combattimento i più tecnologicamente avanzati, tra cui (fra gli altri) gli Eurofighter Typhoon, i Tornado IDS, gli F-15 e F-15E Eagle.

Nel mese di ottobre 2010 Washington ha annunciato la sua più grande vendita di armi nella storia degli Stati Uniti, un acquisto di 60,5 miliardi dollari da parte dell’Arabia Saudita. Queste armi, anche se acquistate dall’Arabia Saudita, sono di fatto parte di un arsenale di armi gestito dagli USA, che deve essere utilizzato in stretto coordinamento e dopo consultazione con il Pentagono.

Nel 2010 sono state negoziate massicce vendite di armi anche con gli Stati del Golfo.

Si dovrebbe, comunque, sottolineare la riluttanza delle élite al governo in Arabia e negli Stati del Golfo a una partecipazione attiva in una guerra regionale, che scatenerebbe inevitabilmente attacchi aerei di rappresaglia da parte dell’Iran.

Escalation: verso un conflitto regionale più allargato

Se dovessero essere lanciati attacchi aerei, l’Iran scatenerebbe ritorsioni con attacchi missilistici diretti contro Israele e contro le strutture militari statunitensi presenti nel Golfo Persico, nell’Iraq e in Afghanistan.

L’Iran possiede l’S300, un sistema avanzato russo di difesa aerea. Questo è dotato di risorse missilistiche di medio e lungo raggio: i missili Shahab 3 e Sejjil hanno un raggio di azione di circa 2.000 km, consentendo loro di colpire obiettivi in ​​Israele. Il Ghadr 1 ha un raggio di intervento di 1.800 km (vedi Haaretz, 28 settembre 2009).

La guerra con l’Iran non sarebbe limitata a bombardamenti aerei. Potrebbe avere un seguito in un conflitto di terra con la Turchia, paese che sta svolgendo un ruolo strategico militare per conto della coalizione guidata dagli Stati Uniti ed Israele.

Le forze di terra della Turchia sono dell’ordine di 500.000 uomini. Quelle dell’Iran sono dello stesso ordine di grandezza: 465.000 forze regolari. Le forze turche verrebbero impiegate nelle zone di confine con l’Iran e con la Siria del Nord.

Il personale iraniano dell’aviazione militare e della marina militare si aggira rispettivamente sull’ordine di 52.000 e 28.000 uomini (Vedi tabella sottostante)

I Guardiani della Rivoluzione, che costituiscono in Iran una forza di élite, sono dell’ordine di 120.000 elementi. Inoltre, l’Iran ha una forza significativa paramilitare costituita da diversi milioni di uomini e donne chiamati Basij.

Quindi, la guerra potrebbe coinvolgere anche la Siria (che è un alleato dell’Iran), la Palestina, il Libano e la Giordania, con la partecipazione delle fanterie siriane così come degli Hezbollah, che con efficacia hanno annullato Israele nella sua invasione del Libano del 2006.

Secondo recenti sviluppi, l’Iran ha accresciuto le sue forniture militari alla Siria e in Libano.

A sua volta, la Russia ha una base navale nel sud della Siria e accordi di cooperazione militare con la Siria e l’Iran comportano la presenza di consiglieri militari russi.

La Russia sta dispiegando navi da guerra fuori della sua base navale a Tartus, compreso l’incrociatore portaerei lanciamissili Ammiraglio Kuznetsov.

Il dispiegamento […] segue la mossa degli Stati Uniti di far stazionare la portaerei George H. W. Bush, affiancata da un gruppo di battaglia formato dai cacciatorpediniere lanciamissili Truxtun e Mitscher [al largo delle coste siriane].

(M. K. Badrakumar, Russia deploying warships in Syria – Indian Punchline, 21 novembre 2011).

La base navale russa di Tartus, Siria

 

L’incrociatore portaerei lanciamissili Ammiraglio Kuznetsov

 

Un Su 33 decolla dall’incrociatore portaerei lanciamissili Ammiraglio Kuznetsov nel Mediterraneo orientale

 

La Risoluzione 1929 del Consiglio di sicurezza dell’ONU (giugno 2010) aveva imposto un regime di sanzioni contro l’Iran, che portavano a un blocco temporaneo della cooperazione militare tra l’Iran e la Russia, come pure con la Cina.

Recenti sviluppi indicano che la cooperazione militare ha di fatto ripreso, in seguito al rifiuto esplicito del 31 dicembre 2011, sia da parte della Cina che della Russia, del regime di sanzioni economiche imposto in buona sostanza da Washington.

In uno scenario di escalation militare, le truppe e/o le forze speciali dell’Iran potrebbero attraversare il confine con l’Afghanistan e l’Iraq.

Dai tre teatri di guerra esistenti: Afghanistan-Pakistan (Af-Pak), Iraq, Palestina, lo scatenare una guerra contro l’Iran porterebbe a una guerra regionale integrata.

L’intera regione Medio Oriente-Asia Centrale, che si estende dal Mediterraneo orientale al confine occidentale della Cina con l’Afghanistan e il Pakistan, divamperebbe, dalla punta della Penisola Arabica fino al bacino del Mar Caspio.

Il Caucaso e l’ Asia Centrale: competizione fra Alleanze militari

Quale sarebbe il coinvolgimento dei “partner” degli Stati Uniti nel Caucaso, in particolare della Georgia e dell’Azerbaigian? (Vedi Michel Chossudovsky, The Iran War Theater’s “Northern Front”: Azerbaijan and the US Sponsored War on Iran, Global Research, 9 aprile 2007.)

In Azerbaigian il governo ha recentemente preso le distanze da Washington e ha rifiutato la sua partecipazione ad esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti.

Si afferma che l’accordo strategico bilaterale USA-Azerbaigian abbia raggiunto un punto morto:

Il desiderio di Baku di non irritare Mosca sembrerebbe precludere ogni possibilità da parte dell’Azerbaigian di ospitare una struttura militare degli Stati Uniti.

(Azerbaijan: US Military Ties with Baku Are Stagnating – Experts, eurasianet.org, 25 aprile 2011.)

Per contro, il governo della Georgia sostiene direttamente lo sforzo bellico degli Stati Uniti contro l’Iran. Secondo ultime informazioni, il Pentagono sta finanziando la costruzione di ospedali militari da campo statunitensi in Georgia, da utilizzare nell’eventualità di una guerra con l’Iran (Readies for War On Iran: US Builds Military Hospitals in Georgia, Global Research, 10 gennaio 2012).

Si tratta di pronto-soccorsi da 20 posti letto […] Questo fa parte di un progetto statunitense. Sta iniziando nel Golfo Persico una grande guerra tra gli USA e l’Iran. Sono stati assegnati 5 miliardi di dollari per la costruzione di questi ospedali militari”, così ha affermato Javelidze in un’intervista rilasciata al giornale georgiano Kviris Kronika (Notizie della settimana) […] La costruzione è prevalentemente a carico delle tasche statunitensi. Inoltre, in Georgia si stanno alacremente costruendo aeroporti. (Ibid)

Ciò che ci fa capire il progetto di questi ospedali militari è che il Pentagono ha già stabilito logistiche dettagliate relative al trasferimento di militari statunitensi feriti sul campo di battaglia con l’Iran ai vicini ospedali militari in Georgia. Queste preparazioni avanzate suggeriscono che i piani di guerra sono in una fase veramente avanzata, e che sono già stati predisposti gli scenari relativi alle perdite militari.

Le Alleanze militari: L’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) e la CSTO

Le Alleanze di contrapposizione militare all’asse USA-NATO-Israele sono l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO).

La SCO comprende il Kazakistan, la Repubblica Popolare di Cina, la Repubblica del Kirghizistan, la Federazione Russa, la Repubblica di Tagikistan e la Repubblica dell’Uzbekistan.

La CSTO include sette repubbliche ex sovietiche, tra cui Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan.

L’Iran ha lo status di osservatore nella SCO.

L’Uzbekistan si è ritirato dall’accordo di cooperazione militare GUUAM promosso dalla NATO. Nel 2005 ha formalmente sfrattato gli Stati Uniti dalla base aerea del Karshi-Khanabad, conosciuta come K2 (U.S. Evicted From Air Base In Uzbekistan, Washington Post, 30 luglio 2005).

Significativamente, nella Repubblica del Kirghizistan il nuovo eletto Presidente Almazbek Atambayev (nel novembre 2011) ha dichiarato che ha intenzione di chiudere la base militare statunitense di Manas quando scadrà il contratto di locazione (Kyrgyzstan Says United States’ Manas Air Base Will Close, NYTimes.com, 1 novembre 2011).

Quello che questi sviluppi suggeriscono è che le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale hanno riaffermato il loro rapporto privilegiato con Mosca, che a sua volta ha portato al consolidamento del blocco militare SCO-CSTO.

Egemonia militare mondiale degli Stati Uniti. Russia e Cina.

La partecipazione di Russia e Cina a fianco dell’Iran è già di fatto nella prospettiva di accordi di cooperazione prevalentemente militare, e ciò è confermato dal trasferimento di sistemi d’arma e della relativa tecnologia a favore dell’Iran, dalla presenza di consiglieri militari russi, dalla formazione del personale, sia in Iran che in Siria. Inoltre, l’Iran ha lo status di osservatore nella SCO.

Russia e Cina sono pienamente consapevoli che una guerra contro l’Iran è un trampolino di lancio verso una guerra più allargata. Entrambi i paesi sono presi di mira dagli Stati Uniti e della NATO. La Russia è minacciata sui suoi confini con l’Unione Europea, con armi di distruzione di massa di USA-NATO puntate contro le principali città russe. Fatta eccezione della sua frontiera settentrionale, la Cina è circondata da basi militari statunitensi, dalla penisola coreana al Mar Cinese Meridionale.

Sia la Cina che la Russia sono percepite da Washington come una “minaccia globale”.

La Cina è stata il bersaglio di minacce velate lanciate dal presidente Obama e dalla Segretaria di Stato Hillary Clinton.

Il recente “National Defense Review”, come annunciato dal ministro della Difesa Leon Panetta, prevede un bilancio della difesa allargato, al fine di contrastare la Russia e la Cina.

Nell’ambito degli sviluppi della situazione, la Russia recentemente ha nominato vice Primo Ministro Dmitrij Rogozin, che ha avvertito Washington e Bruxelles che “se qualcosa dovesse succedere all’Iran, se l’Iran dovesse essere trascinato in qualsiasi difficoltà politica o militare, questo costituirebbe una diretta minaccia alla nostra sicurezza nazionale”.

Crescita vertiginosa della spesa per la difesa negli Stati Uniti: l’ideologia “Big Dog” del Pentagono

L’obiettivo di Washington è quello di stabilire il suo dominio militare sul mondo.

Mentre la “guerra al terrorismo” e il contenimento degli “Stati canaglia” costituiscono ancora la giustificazione ufficiale e la forza motrice degli Stati Uniti, Cina e Russia sono state etichettate in documenti dell’esercito e della Sicurezza Nazionale statunitensi come potenziali nemici:

Le forze armate degli USA […] stanno cercando di dissuadere le potenze emergenti, come la Cina, dallo sfidare il dominio militare degli Stati Uniti.

(Greg Jaffe, Rumsfeld details big military shift in new document, The Wall Street Journal, 11 marzo 2005)

In che modo Washington intende raggiungere il suo obiettivo di egemonia militare globale? Attraverso la crescita vertiginosa delle spese per la difesa e con la continua crescita dell’industria statunitense degli armamenti, che richiedono una pesante compressione di tutte le categorie di spesa pubblica.

Reso effettivo nel bel mezzo della più grave crisi economica della storia usamericana, l’aumento continuo delle spese per la difesa alimenta questa nuova corsa non dichiarata agli armamenti, in competizione con la Cina e la Russia, con una massiccia quantità di dollari di tasse incanalata verso gli appaltatori della difesa degli Stati Uniti.

L’obiettivo dichiarato è quello di rendere il processo di sviluppo di avanzati sistemi d’arma così costoso, che nessun altra potenza al mondo, come la Cina e la Russia, sarà in grado di competere o sfidare il “Big Dog” (il Cane Grosso), senza mettere a repentaglio la sua economia civile.

(Michel Chossudovsky, New Undeclared Arms Race: America’s Agenda for Global Military Domination, Global Research, 17 marzo 2005)

Questa ideologia del “Big Dog”, un termine coniato dal Pentagono, è una precondizione per la “Globalizzazione della Guerra”. Si tratta di un programma diabolico per migliorare la macchina di morte usamericana attraverso lo smantellamento dei programmi sociali e l’impoverimento della gente negli Stati Uniti.

Al cuore di questa strategia sta la convinzione che gli Stati Uniti devono mantenere un vantaggio così grande nelle cruciali tecnologie [militari] che le potenze via via emergenti [Russia, Cina, Iran] concluderanno che sia troppo costoso anche il solo pensare di tentare di rincorrere il ‘grande cane’. Questi paesi realizzeranno che non vale la pena sacrificare la loro crescita economica”, così si esprimeva un consulente della difesa che era stato ingaggiato per redigere sezioni del documento.

(Greg Jaffe, Rumsfeld details big military shift in new document, The Wall Street Journal, 11 marzo 2005)

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Allegato

La Repubblica Islamica di Iran: risorse militari

Popolazione totale: 77.891.220 [2011]

Forza lavoro disponibile: 46.247.556 [2011]

Idonei al servizio militare: 39.556.497 [2011]

In età di servizio militare: 1.392.483 [2011]

Militari in attività: 545.000 [2011]

Attivi nella riserva: 650.000 [2011]

Fanteria

Carri armati: 1.793 [2011]

Veicoli da combattimento corazzati per trasporto truppe (APC/IFV): 1.560 [2011]

Artiglieria trasportata: 1.575 [2011]

Semoventi d’artiglieria: 865 [2011]

Sistemi lancia missili: 200 [2011]

Mortai: 5.000 [2011]

Armi anticarro: 1.400 [2011]

Armi antiaeree: 1.701 [2011]

Veicoli logistici: 12.000

Forza aerea

Aerei da combattimento: 1.030 [2011]

Elicotteri: 357 [2011]

Aeroporti in utilizzo: 319 [2011]

Forza navale

Navi da combattimento: 261

Naviglio di marina mercantile: 74 [2011]

Porti e terminali importanti: 3

Portaerei: 0 [2011]

Cacciatorpediniere: 3 [2011]

Sottomarini: 19 [2011]

Fregate: 5 [2011]

Forza navale di pattuglia: 198 [2011]

Caccia e posa mine: 7 [2011]

Navi d’assalto trasporto anfibi: 26 [2011]

Fonti:

Iran Army, www.iraniandefence.com

Iran Military Strength, www.globalfirepower.com>

 


 

Fonte: Beating the Drums of War: Provoking Iran into “Firing the First Shot”?

 

http://www.comedonchisciotte.org/site//modules.php?name=News&file=article&sid=9708

Tratto da: BATTONO I TAMBURI DI GUERRA: PROVOCARE L’IRAN PERCHÉ “SPARI IL PRIMO COLPO”? | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/01/20/battono-i-tamburi-di-guerra-provocare-liran-perche-%e2%80%9cspari-il-primo-colpo/#ixzz1k4q7pXvC
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

SUNDAY MAGAZINE

 

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini

ROSARNO DUE ANNI DOPO

da   
http://www.senzasoste.it/migranti/rosarno-due-anni-dopo-perche-gli-africani-vivono-ancora-nei-ghetti

Vengono soprattutto dal Nord. Avevano case, documenti e un buon lavoro. Hanno perso tutto con la crisi e oggi lavorano nelle raccolte. Duemila lavoratori africani (e altrettanti dell`Est Europa) cercano lavoro a giornata nella raccolta delle arance. Di Rosarno dicono: “E` un`onta per l`umanità”. Sono lo specchio della crisi italiana: pagano affitti cari come a Roma e chiedono semplicemente diritti e regole. Come tutti i lavoratori.

rosarno_immigrati_pullmanLa domanda è: che ci fanno qui? Li chiamano clandestini e loro vogliono regole; sanno fare di tutto e sono costretti a raccogliere mandarini; leggono Tahar Ben Jelloun e ricevono lettere offensive. Quest`anno i contrasti sono più evidenti del solito, perché ci sono soprattutto quelli del Nord. Sono gli espulsi dalla crisi delle fabbriche, vittime della legge Bossi-Fini che ha collegato posto fisso e permesso di soggiorno. Sono africani che parlano con accenti 'padani`. Sono quello che saremmo noi senza i residui di welfare e senza l`aiuto delle famiglie.

 

Prendete Ahmed. Lavorava a Cuneo. Oggi si trova sballottato in un pezzo di Calabria che non gli sembra neppure Italia. E` esterrefatto, lui che è nato a Casablanca, dall`assenza di regole. Era abituato a salari da 60 euro al giorno, contributi pagati, affitti in regola. Oggi, dopo una giornata a raccogliere le arance, gli danno una banconota da 20. E però gli chiedono 500 euro per una stanza: la cifra che paga uno studente a Roma. Ma l`affitto è un 'privilegio` riservato ai regolari.

Nessun proprietario rischia il carcere o il sequestro dell`immobile. Un appartamento 'in centro` costa fino a 1400 euro al mese. Tanti soldi, troppi. Con un euro a cassetta (il compenso per il cottimo) non si possono pagare le spese e mandare soldi a casa, dal Western Union sempre affollato che si trova sulla 'Nazionale`. Le soluzioni sono tre. Dividere un appartamento in tanti, con cento euro a testa te la cavi ma lo 'spazio vitale` è ridottissimo. Oppure provare a ottenere un letto sul centinaio di posti disponibili al campo container fuori dal paese (sono già tutti esauriti da tempo). Infine, dormire nei casolari e sperare che il freddo non ti uccida. E che alla polizia non venga voglia di fare uno sgombero a campione, come avveniva l`anno scorso.

Il lavoro ‘rosarnizzato`

Salari bassi e alto costo della vita, ecco le cause della povertà estrema che colpisce tanto i giornalisti che arrivano qui e visitano i casolari come la Pomona o la Fabiana. Nessuno lo dice ma tanti lo pensano: sono poveri perché africani. Al loro paese stavano così. Aiutiamoli, come aiuteremmo i poveri del continente nero. E invece disoccupazione e leggi ingiuste sono gli stessi problemi che colpiscono i lavoratori italiani, che però non sono perseguitati da una legge che nega i documenti se non hai un contratto di lavoro. E possono contare ancora su un 'paracadute`.

'Se non avessimo il sistema di protezione delle famiglie, anche noi dormiremmo sotto gli alberi`, spiega Salvatore Lo Balbo, per anni nella segreteria nazionale della Flai Cgil. Mentre tutti continuano a chiedersi se Rosarno è cambiata (il titolo 'Nulla è cambiato` è stato ossessivamente pubblicato in occasione del secondo anniversario della rivolta), si è 'rosarnizzato` il lavoro italiano: paghe sempre più basse, condizioni sempre più precarie e l`abitudine di scaricare il disagio della crisi sul livello più basso delle varie filiere.

Tutto tranne l`essenziale

F. è una prova vivente dei deliri della burocrazia italiana. Ha in tasca il 'libretto di lavoro per extracomunitari` della direzione del lavoro di Foggia, il libretto di idoneità sanitaria della AUSL foggiana di San Severo, la carta di identità e il codice fiscale. Gli manca il documento più importante: il permesso di soggiorno. Anni fa a Manfredonia fecero un controllo mentre lavorava, non era in regola e gli consegnarono un foglio di via. Da allora e per sempre è 'clandestino`. Eppure ci dice: 'Vogliamo pagare le tasse come gli italiani, invece siamo costretti a vivere in una casa abbandonata. Senza acqua, senza luce`.

Lavoravano nelle fabbriche di Treviso o nelle aziende agricole della Puglia, sanno stare alla catena di montaggio o guidare un trattore, cucinano piatti da ristorante parigino (il thieb yappe, riso con carne, di Boubakar è degno dell`alta cucina internazionale), parlano nella peggiore delle ipotesi tre lingue e sono da anni in Europa. Sembra uno scherzo del destino quello che li ha portati qui. Accanto a loro ci sono 'quelli della Libia`. Spaesati, confusi. Lavoravano anche loro, spesso con buone posizioni, nel paese arabo. Poi la guerra li ha spazzati via, stretti tra i fedeli di Gheddafi e i ribelli. Una barca direzione Lampedusa era l`unica via di fuga. Quando la salvezza sembrava raggiunta hanno conosciuto il sistema italiano di gestione di rifugiati. Tempi lunghi e tanti dinieghi. Avvocati che promettono ricorsi. Soldi da spendere, attese e alla fine una sola prospettiva di lavoro: la campagna. Rosarno è una parola che gira spesso tra migranti, d`inverno. 'C`è lavoro quest`anno?`, ci avevano chiesto due settimane fa tre africani ospitati a Caulonia, nei pressi di Riace. Vengono dal Ghana, dalla Somalia e dalla Liberia e attendono la risposta alla loro richiesta d`asilo. Come tanti, non vogliono stare senza fare niente. E prendono il treno che porta a Rosarno.

Festassemblea

Due anni fa i 'fatti`, la rivolta dei neri, la reazione della popolazione locale, la fuga e la cacciata di un migliaio di uomini di colore in poche ore. Oggi nello spiazzo della 'seconda area industriale` (ovviamente una distesa di capannoni abbandonati) si tiene una 'festassemblea`, organizzata dall`associazione Equosud. In queste campagne stanno per arrivare 100mila metri cubi di calcestruzzo per un rigassificatore. Gli africani e i portuali in cassa integrazione, i giovani di 'San Ferdinando in movimento` che si oppongono all`impianto inquinante e i piccoli produttori collegati ai gruppi di acquisto in tutta Italia hanno occupato simbolicamente per un giorno il terreno.

Le politiche nazionali 'ricacciano tutti nelle campagne più interne, nei casolari dove si sta ancora peggio di prima, col terrore accresciuto d`incorrere per un controllo nei rigori della Bossi-Fini`, spiega Equosud. 'Rosarno è un`onta per tutta l`umanità, per l`Italia, per questo posto`, dice Ibrahim in assemblea. Alla fine della giornata i manifestanti piantano simbolicamente alcuni alberi di arance. Interviene la polizia, manca l`autorizzazione. Siamo al confine tra il regno mafioso dei Piromalli e quello dei Pesce – Bellocco.

A poca distanza dagli alberelli fuorilegge una colata di cemento è diventata una piccola pista abusiva per aeromodellismo. Un po` più in là un paio di discariche di piccoli cubetti di cemento. A due chilometri di distanza, sulle banchine del porto, le ‘ndrine fanno arrivare dall`America Latina le tonnellate di coca che invaderà l`Europa, nascoste nei container, nei blocchi di marmo, nelle confezioni di frutta. Alla fine gli alberi saranno piantati, mentre due consiglieri comunali ci raccontano dell`ennesima minaccia contro l`assessore ai lavori pubblici, Teodoro De Maria. Nuovamente tagliate le piante di kiwi nei terreni di famiglia. La notizia è stata comunicata dall`amministrazione comunale in conferenza stampa. 'Continueremo il lavoro avviato senza farci intimidire`, ha detto il sindaco Elisabetta Tripodi.

Il pacchetto sicurezza

Paradossalmente, oggi quelli più sicuri sono gli africani. Nessuno li toccherebbe mai, dopo tutto quello che è successo. Saliamo a piedi dalla stazione a piazza Valarioti. Solo stranieri ai bordi delle strade: fanno la spesa, ricaricano i cellulari, chiacchierano tra loro. Fino a due anni fa era un incubo. Balordi col motorino e le mazze potevano colpirti per gioco, solo gli stranieri camminano a piedi. Oggi vediamo ragazzi col casco e la raccolta differenziata porta a porta. Una donna sindaco, una nuova amministrazione. Chi comanda oggi a Rosarno? 'Noi`, mi rispondono due consiglieri della maggioranza democraticamente eletta dopo due scioglimenti consecutivi per mafia, record italiano. Non sono tutti d`accordo. Dopo le retate contro i Pesce e i Bellocco potrebbe ridisegnarsi la geografia mafiosa. Stanno per arrivare imponenti fondi pubblici, dai milioni per i centri immigrati ai PISU. Ma fossero anche pochi euro per un`aiuola, quello che conta sono i simboli. Chi imporrà il suo volere allo Stato potrà incoronarsi nuovo re di Rosarno.

'Conosci Bel Jelloun?`, mi chiede Ahmed. Molti suoi compagni parlano francese, inglese, arabo. E` curioso sentirsi ignorante nelle campagne del Sud dove tutti vedono degrado e miseria, ma è quello che succede confrontandosi con queste persone colte e intelligenti. E generose: K. è stato assunto in regola nell`ambito dei progetti di Equosud, ma non è contento: 'I miei fratelli vengono sfruttati e lavorano in nero`. E` rimasta strana, Rosarno. Un gruppo di cittadini – rigorosamente anonimi – ha scritto alle autorità lamentando che i neri 'si riversano nelle strade della città, molte volte senza meta. E urinano di fronte alle bambine`. E` strano questo luogo dove la generosità senza limiti del gruppo di Africalabria – da anni avanti e indietro nei ghetti a rispondere a tutti i bisogni – convive con deliri senza fondamento. E negozi di lusso accanto a baracchette, luci vicino al buio, palazzottotti autocostruiti e non finiti e locali di lusso, da grande città. La ricchezza è distribuita in maniera ineguale, come accade in genere al denaro sporco. E sarebbe rimasta così, ingiusta e ineguale, senza l`iniezione di lavoratori africani che ha avviato un percorso di speranza.

 

Antonello Mangano

 

Da Terrelibere.org

 

gennaio 2012

SICILIA UNO SGUARDO OLTRE I FORCONI

da  http://www.eilmensile.it/2012/01/18/sicilia-uno-sguardo-oltre-i-forconi/

Stella Spinelli

La Sicilia da lunedì è teatro di una mobilitazione che sta coinvolgendo agricoltori, pescatori, edili, disoccupati, artigiani e autotrasportatori (Aias) impegnati a dire basta all’indifferenza dei politici per le sorti dell’isola. Sono le “Cinque giornate di Sicilia” improntate su manifestazioni nei punti cruciali di autostrade e svincoli, in modo da bloccare la regione e impedire l’uscita e l’entrata di qualsiasi prodotto. Una protesta che si sta rivelando efficace, grazie anche allo stop totale della circolazione di camion e mezzi pesanti in tutta la Sicilia. A organizzarla, una cordata chiamatasi Forza d’urto, costituita anche dal Movimento agricolo dei Forconi e da gruppi spontanei, espressione di un malcontento reale, che in molti, sin da subito, stanno tentando di strumentalizzare. È il caso di Forza Nuova e delle correnti della destra estrema, che in vari modi hanno appoggiato la manifestazione. Eppure, in tutte le occasioni, manifestanti e organizzatori hanno precisato di rifiutare ogni etichetta e di respingere chiunque si presenti con qualche bandiera. Dov’è la verità? Ce lo spiega Vito Lo Monaco, presidente del Centro Studi Pio La Torre di Palermo.

Questo tipo di manifestazioni che si ripetono ciclicamente nei momenti di crisi sono politicamente strumentalizzabili, ma sono espressione di un malcontento reale. A provocarlo più fattori. Innanzitutto, la profonda crisi strutturale dell’economia agricola siciliana, fondata sulle medie e piccole aziende ormai non più protette né dalle politiche comunitarie – dirette verso le imprese medio-grandi – né dalle politiche statali e regionali, ridotte nella loro possibilità di intervento.
A questo si aggiunge la debolezza, anch’essa strutturale, del tessuto agroalimentare siciliano nel collegamento con il mercato globalizzato. E questo è un fatto storico non recente e di difficile soluzione visto che sono venute meno le forze che avrebbero dovuto promuovere questo tipo di aggregazione. Parlo delle associazioni, del movimento cooperativo e delle altre organizzazioni professionali, che nella loro politica generale si sono profondamente indebolite. A dimostrarlo il fatto che nelle scelte di politica economica anti-crisi la questione agricola viene solo sfiorata.

Da qui questa protesta?

Certo. La tensione sociale, il malcontento, sono ormai così profondi che la gente si auto-organizza anche su basi elementari, che alle volte sembrano anche corporative, e che cedono all’antipolitica. Contro tutto e tutti, diventando così anche facile preda dell’antipolitica cosciente.
Il punto è che in Sicilia c’è una profonda debolezza politica del movimento agricolo organizzato, che non riesce a diventare il tramite di questo malcontento. Quindi questa gente, da sempre combattiva, alla fine esplode. Ed esplode in questo tipo di movimenti. Un po’ come i pastori sardi, ai quali si collegano con il Movimento dei Forconi. Hanno queste forme di qualunquismo associate però a un’esasperazione sociale vera. La gente è veramente in crisi. Girando per i campi della Sicilia è ben visibile come si sia ridotta la superficie seminativa, e come siano entrate in crisi le serre, che costituivano il settore più avanzato dell’agricoltura siciliana, ossia l’ortofrutta, un settore fondamentale dal quale dipende la maggioranza delle famiglie, che ora è sull’orlo del disastro. Tutto questo, senza una politica che almeno tenti di rispondere a questa emergenza, e senza strumenti di aggregazione, dà come risultato l’esplosione. Siamo di fronte a una crisi d’identità delle organizzazioni rappresentative e a una crisi d’identità del tessuto sociale, che unite non si sa dove vanno a parare.

Ma a discredito del Movimento dei Forconi c’è anche l’episodio che lo lega a Vittorio Sgarbi e alla sua invettiva contro le terre espropriate alla mafie e consegnate alle cooperative sociali come quelle gestite da Libera di Don Ciotti. Sgarbi ha gridato a favore del fatto che la terra, invece, torni ai contadini siciliani e non alle cooperative sociali. Che ne pensa?

Penso che Sgarbi sia un populista da strapazzo e che questo episodio dimostri lo spessore della strumentalizzazione politica a cui questo movimento è sottoposto. Innanzitutto la terra gestita dalle cooperative sociali organizzate da Libera è tornata in mano a gente che la sta lavorando. Si tratta soprattutto di giovani contadini siciliani che si stanno cimentando in un’attività nuova per loro, ridando vita a terre che la malavita aveva sottratto attraverso traffici illeciti. Il fatto che Sgarbi se ne esca dicendo ‘Ridiamo la terra ai contadini’ come se fossimo di fronte ai contadini del 1945 senza terra è anacronistico e assurdo. Il problema degli agricoltori in Sicilia non è la mancanza di terra da coltivare, è il controllo del mercato, è la presenza sul mercato. Hanno bisogno di capitale e di innovazione tecnologica, che nessuno fornisce loro, perché le politiche agroalimentari e agroindustruiali non sono rivolte a loro. Sgombriamo questo movimento frutto del malcontento dalle sovrastrutture politiche e culturali di strumentalizzazione e ascoltiamolo, perché il dato di fatto resta ed è la sofferenza reale della gente che nessuno, né i partiti, né le organizzazioni professionali riescono a capire e a organizzare dandole uno sbocco positivo.

E la mafia, in tutto questo, dove si pone?

In tutti i segmenti dove c’è ricchezza.  Il compito della mafia è impadronirsi della ricchezza in modo illecito e trasferirla nelle aree dove più conviene. Gli investimenti mafiosi non sono infatti più sui terreni agricoli siciliani, ma sono nel capitale finanziario o nelle grandi città come Milano, o all’estero. Proprio come fanno i camorristi e la ‘ndrangheta

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- Nicoletta Rocca -

Dal 16 gennaio in Sicilia si protesta, nel silenzio dei media e nell’indifferenza della classe politica. Sono stati gli autotrasportatori i primi a far partire lo sciopero: la benzina costa troppo, si chiede la defiscalizzazione del carburante per quelli che il carburante lo usano per lavoro. Ecco perché alla protesta si sono aggiunti anche gli agricoltori e i pescatori. «È una manifestazione che sta coinvolgendo un po’ tutti. Non è solo il mondo del trasporto. La questione non è quella di fare qualcosa di eclatante. Qua c’è un popolo, quello siciliano, che non si rispecchia con le condizioni economiche e sociali attuali. Questo fermo è partito dal mondo del trasporto ma si stanno aggregando anche tante altre realtà e categorie che soffrono come noi questa insopportabile condizione che deve finire». A parlare così è Giuseppe Richichi, presidente dell’Associazione Imprese Autotrasportatori Siciliani e fra i promotori del comitato Forza d’Urto che si è creato per coordinare la protesta. C’è anche il Movimento dei Forconi il cui leader, Mariano Ferro, spiega che questa mobilitazione è rivolta «a tutti i siciliani che vogliono combattere la politica corrotta e incapace, i sindacati imbelli, le associazioni finte, il caro carburante, le cartelle esattoriali con tassi da usura, l’arroganza delle banche, la burocrazia cieca e ottusa. Per tutto questo invitiamo autotrasportatori, agricoltori, allevatori, imprenditori, commercianti, studenti, indignati e affamati a partecipare».

Non è solo il prezzo del carburante a far scaldare gli animi in Sicilia: «Ci hanno messo in ginocchio. I nostri prodotti genuini vengono messi al secondo posto e preferiamo importare e commercializzare roba extracomunitaria magari prodotta con l’ausilio di diserbanti e anticrittogamici illegali»; «A noi la globalizzazione ci ha ammazzato e la Sicilia è stanca di essere considerata un figliastro»; «La Sicilia l’hanno portata alla distruzione perché non abbiamo avuto mai politici ma piuttosto degli affaristi e questo è un problema di tutta l’Italia»; «Sono più le spese che gli introiti». Sono queste le parole che si alzano dalle strade siciliane e che raggiungono le orecchie dell’Italia con molta lentezza e con il solo tam-tam dei social network.

Ufficialmente non si parla di questo malcontento anzi, si preferisce creare equivoci e ambiguità. Si mormora che alle spalle ci sia Forza Nuova e allora è meglio non dare troppo spazio. La verità è che al momento quei lavoratori in piazza continuano a definirsi a-partitici: «Siamo siciliani!» ripetono. Ma in giro non si fa che voler trovare accostamenti con l’estrema destra. Di evidente c’è solo una solidarietà dichiarata, l’unica presa di posizione a supporto, e viene da parte di Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova: «Pieno sostegno al Movimento dei Forconi», che spera che «la Rivolta in atto in Sicilia si allargherà ben presto a tutte le regioni del Sud Italia per divenire un fatto nazionale». E questa è la sola voce politica che si è alzata in sostegno dei lavoratori in sciopero: «La politica è ferma, assente. Non mi risulta che dai vari notiziari ci sia stata qualche presa di posizione. Non si muove nessuno. Il presidente della Provincia, quello della Regione, le decine e decine di deputati regionali, dove sono costoro? Il nulla. Perché non si fa una bella tavola rotonda con il nostro amatissimo Governatore e i suoi assessori regionali?» dichiara Richichi.

Ma sarebbe davvero una sorpresa scoprire che dietro a questa ennesima dimostrazione di malessere da parte del mondo del lavoro ci fossero le strumentalizzazioni della destra? Una sinistra assente e silenziosa lascia la possibilità a ogni lupo di camuffarsi da pecorella e orientare le battaglie sociali come più gli conviene. E d’altra parte non importa a nessuno sapere chi dà voce al proprio malessere perché la cosa importante è il malessere e la dimostrazione, evidentemente anche apparente, di farsene carico.
In tutti i casi per la sinistra anche questa è stata un’occasione persa.

http://www.cronachelaiche.it/2012/01/v-come-vespri-siciliani/

Tratto da: V come Vespri (siciliani) | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/01/19/v-come-vespri-siciliani/#ixzz1jv5q6H7a
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

IL MOVIMENTO DEI FORCONI

Mentre in Romania la piazza insorge (si trova qui una spiegazione di base dei fatti http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/6266/) in Sicilia si sviluppa il Movimento dei Forconi.
Propongo una discussione su questo fenomeno tanto radicale nella prassi quanto ideologicamente confuso partendo da un articolo breve (ma pieno di riferimenti su cliccare) con alcuni links di riferimento, prendendoci il tempo necessario per leggerli.
Credo sia evidente che stia scoppiando la rabbia ed il malcontento, anche in situazioni -come i contadini- spesso molto lontane dalla cultura politica marxista; reputo tuttavia che non cercare di comprendere il fenomeno, primo passo per entrare nelle lotte ed egemonizzarle in una prospettiva politica e sociale di ampio raggio, sia un errore da evitare, anche perchè storicamente non sarebbe la prima volta: se si lascia un vuoto è sempre un altro ad entrare e infatti in questa protesta stanno entrando i fascisti.

da     http://ecoalfabeta.blogosfere.it/2012/01/sicilia-la-rivolta-contadina-del-movimento-dei-forconi.html

Ieri è scoppiata la rivolta dei contadini di Sicilia. Sono il "movimento dei forconi";protestano perchè economia di mercato e globalizzazione hanno fatto crollare il prezzo degli alimenti al di sotto del loro livello di sopravvivenza.

 

Movimento forconi.jpg

di Marco Pagani
 

Sicilia, la rivolta contadina del movimento dei forconi

Una rivolta è la lingua degli inascoltati diceva Martin Luther King, e i contadini, troppo a lungo inascoltati, ora stanno iniziando a fare sul serio. In Sicilia, il Movimento dei Forconi e gli autotrasportatori hanno dichiarato ieri 5 giorni di agitazone e di lotta. Occuperanno i luoghi strategici e simbolici dell'isola: svincoli autostradali, porti, aeroporti, raffinerie, banche.

 
Ieri il blocco della statale 624 ha causato km e km di coda.

Perchè protestano? Essenzialmente perchè i "padroni del cibo"  (grossisti, grande distribuzione) li stanno strozzando imponendo prezzi troppo bassi, spesso inferiori ai costi di produzione.

Il cibo non può costare troppo poco, non può scendere sotto al livello di dignità di chi coltiva. Commenta Il Fatto: "Arance e pomodori, grano e zucchine non hanno più valore". Se ci pensiamo bene, questa frase non ha senso, visto che un pomodoro, se coltivato nei dovuti modi, non cambia nei secoli il suo valore nutrizionale.

Ciò che non vale più in realtà è il lavoro degli agricoltori: meccanizzato, "chimicizzato", sussidiato, ha perso ogni valore e significato. Sarebbe ora di fare tornare l'agricoltura a camminare sullle sue gambe pagando il giusto prezzo di ciò che mangiamo.

Sarebbe il caso di inziare a parlare di commercio equo e solidale anche per quanto riguarda l'Italia e l'Europa.

Questa rivolta contadina siciliana ha alcuni aspetti ambigui: c'è il serio rischio del corporativismo, del separatismo isolano e dell' infiltrazione di gruppi antidemocratici.  Eppure è un fatto troppo importante per ignorarlo e per non iniziare a comprenderne le ragioni.

Link utili:

A PROPOSITO DELLA TRAGEDIA DEL GIGLIO

DA IL MANIFESTO ONLINE

"Da anni diciamo via da lì le grandi navi"

 

Eleonora Martini
15.01.2012

 

"Il danno ecologico è stato già ingente, rimuovere subito la nave naufragata". L'ex presidente dell'Ente Parco nazionale dell'arcipelago toscano, Mario Tozzi, lancia l'allarme dopo il naufragio della Costa Crociere: "Le rotte devono essere cambiate".

Eleonora Martini – 15.01.2012
«Lo scoglio non era segnalato sulle carte nautiche? Ma non diciamo sciocchezze, per favore. La verità è che quella nave era almeno a tre miglia fuori rotta, troppo vicino alla costa. E non è nemmeno possibile che non abbiano visto le luci dei fari del porto». Il geologo Mario Tozzi, fino a quindici giorni fa presidente dell'Ente Parco nazionale Arcipelago toscano, è ovviamente preoccupato e arrabbiato. Da anni si batte per spostare la rotta delle grandi navi e delle petroliere da quell'area marina. Dopo l'allarme ambientale dovuto alla dispersione al largo della costa livornese di 224 fusti contenenti rifiuti altamente tossici trasportati da un cargo, ora anche il naufragio della nave ammiraglia della Costa crociere rischia di creare un altro serio danno ecologico all'isola del Giglio e a tutto il parco.


Al momento non si è verificato alcuno sversamento delle 2380 tonnellate di gasolio contenute nei serbatoi della Concordia, almeno così assicurano le autorità locali. Ma ci cono altri rischi di inquinamento?
Lo scafo in sé ha prodotto già un bel danno: immaginiamo 300 metri di ferro che arano un tratto di mare e asportano un pezzo di scoglio. Gli ecosistemi sono fragili, ci vorrà un po' per sanare il danno. Poi ci sono tutti gli altri inquinanti contenuti in una nave con 1100 uomini di equipaggio: detergenti, saponi, olii combustibili. 


I tecnici specializzati nella bonifica ambientale inviati dal ministero dell'Ambiente e provenienti anche dall'Olanda dicono che l'operazione di svuotamento dei serbatoio potrebbe essere pericolosa per la stabilità della nave. Cosa ne pensa?
La nave va messa in sicurezza e bisognerebbe riportarla in orizzontale per svuotare i serbatoi. Ma ha una falla sotto la linea di galleggiamento, quindi l'operazione diventa complicata. Però, anche se lungo e costoso, è un intervento da fare assolutamente. Quel carburante va rimosso, altrimenti l'isola è condannata. L'uso di agenti chimici non basta. 


La nave era fuori rotta, ma anche quattro miglia da una costa di tale pregio non sono tante. Lei da anni si batte per allontanare le rotte delle grandi navi e delle petroliere dalla zona…
Teoricamente, nel piano del Parco le abbiamo bandite dal cosiddetto "Santuario dei cetacei", quel fazzoletto di mare compreso tra Genova, la Corsica e il Giglio. Eppure quel parco è il posto di maggior traffico di petroliere internazionali al mondo. Poi se in mare si sversano 2300 tonnellate di carburante o 20 mila, sempre disastro è. Almeno, dalle navi che solcano questi mari si dovrebbe pretendere la doppia protezione: doppio scafo per le petroliere e doppio serbatoio per i grandi natanti come la Concordia. E sistemi di svuotamento rapido – a pressione o ad aspirazione -per portare velocemente il carburante su una nave cisterna. Sono imbarcazioni che non possono approdare in porto e quindi non portano alcun beneficio economico. E invece addirittura a Venezia una nave così può perfino solcare il canale della Giudecca, spingersi fin dentro la città.

ACQUA BENE COMUNE. I TRABOCCHETTI PER AGGIRARE IL REFERENDUM

 
acqua_lucchettoTruffatori di bassa lega, con qualche competenza soprattutto nell'agiramento delle norme. I "tecnici", insomma, quasi cone degli avvocaticchi qualsiasi. Specie sull'acqua pubblica. www.contropiano.org

Una norma «tecnica» che azzera la ripubblicizzazione di Napoli
Il governo ha ignorato tutti gli appelli dei movimenti. Ora fa il colpo di mano per esautorare i comuni
In molti si sono cimentati nella discussione sulla discontinuità o meno del governo Monti rispetto al precedente governo Berlusconi. Molto ci sarebbe da dire in proposito, ma certamente non si sbaglia ad evidenziare come non sia cambiato il metodo di accreditare ipotesi e regolarsi sulla base delle reazioni che esse suscitano. Non si può pensarla diversamente rispetto al fatto che nella giornata di ieri sono girati varie versioni sul presunto testo del decreto legge sulle liberalizzazioni che il governo dovrebbe varare il prossimo 20 gennaio.
Non è certamente un bel modo di fare la discussione, ma si rischia di non potersi sottrarre a quest'esercizio poco edificante se il governo sceglie di non confrontarsi con i soggetti che sono portatori delle varie istanze e rappresentanze sociali. Questo vale anche sul tema dei referendum del giugno scorso sull'acqua pubblica: subito all'indomani dell'insediamento del governo Monti il Forum dei movimenti per l'acqua ha chiesto un incontro con il Presidente del Consiglio per poter discutere sull'applicazione e il rispetto dei due referendum che hanno sancito che la gestione del servizio idrico deve essere pubblica e che su di esso non si possono fare profitti.
Questa nostra richiesta è stata del tutto ignorata; in compenso, ieri ci è toccato leggere un testo del presunto prossimo decreto del governo che all'art. 20 contiene una dizione molto tecnica, ma che assesta un colpo molto pesante alla volontà referendaria espressa dalla maggioranza assoluta dei cittadini italiani. Lì si dice che le Aziende speciali, soggetti di diritto pubblico e non società per azioni che operano allo scopo di produrre utili, sono abilitate a gestire solo servizi pubblici «diversi dai servizi di interesse economico generale». Uscendo dal tecnicismo, il governo vuol dire che il servizio idrico, considerato servizio di interesse economico generale – anche se ci sarebbe molto da dire su ciò – potrebbe essere gestito solo tramite gara o da società per azioni, eliminando il punto più importante dell'esito del primo referendum sull'acqua, quello che ha nuovamente reso possibile una gestione realmente pubblica del servizio idrico stesso. Per dirla in un altro modo, si vuole cancellare l'esperienza che ha iniziato il Comune di Napoli, trasformando la società per azioni a totale capitale pubblico che gestisce il servizio idrico in Azienda speciale, e che potrebbe interessare in tempi brevi la gran parte del nostro Paese. In più, il presunto testo del decreto rafforza la volontà privatizzatrice in materia di trasporto pubblico locale e ciclo dei rifiuti che era già stata messa in opera con la manovra dell'estate scorsa del governo Berlusconi, che contravveniva platealmente con il risultato referendario. Infine, si continua a non dare applicazione al fatto di togliere la remunerazione del capitale investito dalle tariffe del servizio idrico, non rispettando così quanto dettato dalla stessa Corte Costituzionale sul secondo quesito referendario.
È bene che il governo cambi completamente rotta: cancelli i provvedimenti ipotizzati sulle Aziende speciali, consideri il ruolo fondamentale svolto dai servizi pubblici locali anziché lavorare per la loro privatizzazione, dia applicazione all'eliminazione del profitto sulle tariffe, si confronti con chi rappresenta la volontà di 26 milioni di cittadini. Come è necessario che le forze politiche e sociali si pronuncino in modo chiaro per evitare che sia inferto un grave colpo alla democrazia nel nostro Paese. Si sappia che, comunque, la mobilitazione del popolo dell'acqua è già in corso e si intensificherà nei prossimi giorni, con iniziative in tutto il Paese, con la campagna di obbedienza civile per il ricalcolo delle bollette, con l'azione perché si affermi una gestione realmente pubblica del servizio idrico.

Corrado Oddi – Fp Cgil – Forum italiano movimenti per l'acqua

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Una barbarie giuridica incostituzionale
Nel testo della bozza di decreto legge sulle liberalizzazioni circolato in queste ore suscita particolare sconcerto la disposizione di cui all'art. 20. Tale disposizione, marginalizzando l'ambito di applicazione dell'azienda speciale ex art. 114 del testo unico sugli enti locali, rischia di vanificare di fatto il vittorioso esito dei referendum dello scorso giugno contro la privatizzazione dell'acqua, in attuazione del quale il Comune di Napoli ha (primo in Italia) provveduto a trasformare la natura giuridica del soggetto incaricato di erogare il servizio idrico integrato.
In altri termini, escludendo il ricorso all'azienda speciale dall'ambito dei servizi di interesse economico generale, si tenta di relegare l'ultimo baluardo del diritto pubblico esistente nel nostro ordinamento ad un ruolo residuale, se non addirittura meramente ornamentale. Si tratta, evidentemente, di un'operazione di barbarie giuridica, costituzionalmente illegittima.
In primo luogo, nella fattispecie, si segnala un abuso dello strumento giuridico del decreto legge, con il quale si procede ad un riforma ex abrupto di interi settori dell'economia nazionale (servizi pubblici locali, commercio, trasporti, professioni), in assenza di adeguata meditazione, nonché dei requisiti previsti dall'articolo 77 Cost. Si realizza, in tal modo, per il tramite di un illegittimo ricorso alla decretazione d'urgenza, un tradimento della volontà popolare espressa a seguito dei referendum.
Il decreto in oggetto, così come già l'art. 4 del decreto di Ferragosto, ripropone la medesima disciplina contenuta nell'art. 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito nella legge 6 agosto 2008, n. 133 e successivamente abrogato tramite lo strumento offerto dall'art. 75 della Cost. La giurisprudenza costituzionale ha avuto più volte modo di affermare l'illegittimità della riproposizione sostanziale di normative abrogate con referendum. Lo stesso art. 18 della bozza di decreto ("Promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali"), riaffermando di fatto una disciplina abrogata (e limitandosi semplicemente ad eliminare i riferimenti al servizio idrico), comporta un'indebita restrizione dell'ambito di applicazione del referendum (che ha avuto ad oggetto l'intero art. 23-bis e non certo il solo servizio idrico). Anche volendo ammettere la legittimità delle parti del decreto richiamate, la disciplina dei servizi pubblici locali che ne deriva appare decisamente sbilanciata in favore di modi di gestione privatistici, in assoluta violazione del diritto comunitario.
Infine, del tutto ambigua è la riconducibilità del servizio idrico integrato al novero dei servizi di interesse economico generale, attesa la peculiare natura del bene acqua, strettamente collegato a diritti fondamentali (si pensi al diritto alla salute). È evidente che ci troviamo di fronte ad un subdolo disegno eversivo di disarmo del diritto pubblico e delle garanzie ad esso collegate, concepito ad arte per neutralizzare l'imponente movimento politico e culturale sorto in questi mesi a tutela dei beni comuni.

Alberto Lucarelli – Assessore ai beni comuni e alla democrazia partecipativa Comune di Napoli

SUNDAY MAGAZINE

IL DORMITORIO

Sento che a New York
all'angolo fra la 26.a strada e Broadway
durante i mesi d'inverno ogni sera c'è un uomo
e ai senzatetto che là si radunano
pregando i passanti procura nel dormitorio un letto.

Il mondo così non si muta,
i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori
l’éra dello sfruttamento così non diventa più breve.
Ma alcuni uomini hanno un letto per la notte,
il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro,
la neve a loro destinata cade sulla strada.

Non chiudere il libro dove questo leggi, uomo.
Alcuni uomini hanno un letto per la notte,
il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro,
la neve a loro destinata cade sulla strada.
Ma il mondo così non si muta,
i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori
l’éra dello sfruttamento così non diventa più breve.

(Bertold Brecht)

TUTTO IL POTERE ALL’IMPRESA ARMATA

SI TRATTA DI UN ARTICOLO (PIU' LE BOZZE PER CHI VUOLE APPROFONDIRE) MOLTO LUNGO E ASSIEME MOLTO ISTRUTTIVO SULLA LINEA DELL'ATTUALE GOVERNO.
CREDO SIA BENE DUNQUE LASCIARLO ANCHE DOMANI PER POTER LEGGERLO CON MAGGIORE ATTENZIONE

http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/6039-tutto-il-potere-allimpresa-armata

Tutto il potere all'impresa armata!

 

Peggio. Cancella i contrattti nazionali di lavoro, ma solo nelle ferrovie (per ora), così da fare un regalo enorme a Montezemolo Della Valle e Mauro Moretti.

L'arbitrio totale sostotuisce il diritto. E' ora di dire basta e muoversi. Subito. Abbiamo uno sciopero generale il 27 gennaio. Riempiamo le piazze!

Gli articoli che qui di seguito proponiamo sono sufficientemente informativi. La bozza, che pubblichiamo, anche di più.

La bozza del governo:

pdfparte 1.pdf1.17 MB12/01/2012,

pdfparte2.pdf1.09 MB12/01/2012

 

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Via l'art. 18 E i contratti nelle ferrovie

Una raffica di disposizioni contro il lavoro spacciate per misure sulla crescita. Ricchi premi per le assicurazioni e soprattutto la privatizzazione dei servizi pubblici locali
Andrea Palladino
Licenziare e privatizzare. Questa la fase 2 del governo Monti, che parte dalla riscrittura dall'articolo 18 dello statuto dei lavoratori. È l'articolo 3 del decreto – ancora in forma di bozza – che verrà discusso nei prossimi giorni, a seppellire la pietra miliare dei diritti, aumentando da 15 a 50 la soglia del numero dei dipendenti per le aziende che vogliono licenziare senza giusta causa. All'articolo 18 della legge 300 del 1970 viene aggiunto il comma 1 bis, che recita: «In caso di incorporazione o di fusione di due o più imprese che occupano alle proprie dipendenze alla data del 31 gennaio 2012 un numero di prestatori d'opera pari o inferiori a quindici, il numero di prestatori d'opera di cui al comma precedente è elevato a cinquanta».

Nella bozza di legge che il manifesto ha potuto consultare c'è poi il commento dell'estensore: «Chiarire che non peggiora lo status quo dei lavoratori». Una frase evidenziata, prima di una relazione illustrativa di appena sette righe, per rafforzare la scelta che aprirà il varco ad una estensione della possibilità di licenziare: è evidente, infatti, che la possibilità di innalzare il tetto dei 15 lavoratori verrà richiesta dalle aziende per ora non incluse in quanto c'è «distorsione del mercato».
L'intenzionalità contro il lavoro dipendente è confermata e amplificata dall'art. 24, che titola: «eliminazione dell'obbligo di applicare i contratti collettivi nazionali di settore nel trasporto ferroviario». Un regalo «ad personam» per i neo-entranti nel settore – Montezemolo e Della Valle – ovviamente compensato con la stessa «liberalità» a favore di Mauro Moretti e Ferrovie dello stato (cui viene però sottratta Rete Ferroviaria Italiana, che dovrà diventare società indipendente che permette «a tutti gli operatori» di usare i binari, pagando. È il «modello inglese», che ha distrutto la celebrata sicurezza delle «ferrovie britanniche», moltiplicando gli incidenti gravi o gravissimi.
Anche la privatizzazione dei servizi pubblici locali è ampiamente inserita nel testo, in forma talmente generica (Capo V) da affidare soltanto alla relazione illustrativa un mini-chiarimento anodino: «l'evidente finalità delle disposizioni è quella di consentire ai servizi pubblici di rilevanza economica di accedere ampiamente al mercato riducendo la gestione cosiddetta 'in house'». Nulla è dunque escluso, nemmeno l'acqua.
Anzi. Il boccone ghiotto che tanti esponenti del governo Monti ormai nominano apertamente è proprio questo, oltre agli altri servizi già ampiamente avviati a privatizzazione dal governo Berlusconi, con l'articolo 4 della manovra del 13 agosto. Mossa che si cela dietro l'intervento sulle liberalizzazioni, dalle licenze dei taxi fino alle farmacie e agli ordini professionali (la prevista abolizione delle «tariffe minime e massime»). Anche le edicole vengono investite in pieno da questa furia che confonde la moltiplicazione dei punti vendita con la crescita degli acquisti (che dipendono ovviamente dalle disponibilità di portafoglio).
Qualche dettaglio – fondamentale – in più sul provvedimento che Monti e Passera stanno preparando, con l'importante aiuto dell'ex antitrust Catricalà, era già apparso ieri. Si prevede la creazione di un ufficio presso Palazzo Chigi dedicato al monitoraggio sull'apertura ai mercati dei servizi pubblici locali. Una vera propria operazione «fiato sul collo» nei confronti dei comuni e delle regioni, ridotte in questa maniera a semplici esecutori delle direttive di Monti.
Questo nuovo ufficio dovrebbe monitorare «la normativa regionale e locale (ovvero dei comuni, ndr) e individua, anche su segnalazione dell'Antitrust, le disposizioni contrastanti con la tutela e la promozione della concorrenza; assegna all'ente interessato un congruo termine per rimuovere i limiti alla concorrenza; supporta gli enti locali nel monitoraggio e nelle procedure di dismissione delle loro partecipazioni societarie nei servizi pubblici locali». L'unica precisazione arrivata dalla presidenza del consiglio riguarda i poteri dell'organismo, che «non avrà la possibilità di ispezione – ha spiegato palazzo Chigi – presso le aziende e presso i soggetti che possano detenere informazioni utili».
Tra gli altri capitoli interessanti, nella fretta della lettura, appaiono l'«estensione della possibilità di azione di classe» (la class action anglosassone, con curioso equivoco politico-lessicale), e il divieto per chi importa, raffina o produce carburanti di qualsiasi tipo di distribuirli in proprio. In pratica, si invitano gli esercenti singoli o associati ad acquistare le pompe di distribuzione.
Lo stesso principio viene applicato anche all'energia elettrica e al gas per uso domestico, e prepara quindi il terreno legislativo allo scorporo di SnamReteGas dall'Eni.
Un regalo alle assicurazioni arriva dall'eliminazione delle «microinvalidità», che saranno risarcite solo se saranno riconosciute come «invalidità» a pieno titolo (la fine del «colpo di frusta», insomma). Sempre nello stesso senso pro-società va l'intensificazione delle sanzioni per frodi, contraffazioni, false certificazione, ecc. Il resto è paccottiglia buona per imbellettare un provvedimento furiosamente anti-lavoro. Tipo la «possibilità di applicare sconti», o «l'autorizzazione in commercio dei farmaci generici».

 

da "il manifesto"

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da Il Sole 24 Ore

Arriva il piano sblocca imprese

di Davide Colombo e Carmine Fotina
Non solo le liberalizzazioni nei servizi economici. Il piano del governo prevede subito una cura anti burocrazia che vada soprattutto nella direzione di facilitare le attività imprenditoriali. Il pacchetto "sblocca imprese" dovrebbe entrare nel decreto concorrenza, il primo Dl legge del programma, con cadenza quasi mensile, immaginato dal premier Mario Monti e dal ministro per lo Sviluppo economico, le infrastrutture e i trasporti Corrado Passera. L'esecutivo è pronto all'abrogazione di tutti i procedimenti di autorizzazione ritenuti non necessari o comunque in conflitto con la direttiva servizi.
Le semplificazioni, che stanno definendo gli uffici tecnici dei ministri Patroni Griffi e Passera, mireranno inoltre in modo diretto ad agevolare la nascita di nuove imprese eliminando gli intralci burocratici e riducendo i tempi per lo start up. Il tema della direttiva servizi (recepita dall'Italia con il Dlgs 59 del 2010) è finito al centro dell'agenda del governo già a fine novembre, dopo gli incontri di Monti con i commissari europei Rehn e Barnier che avevano sollecitato all'Italia un'applicazione più stringente ed efficace.

Sono almeno altri due i provvedimenti pro-imprese già pronti per una prima illustrazione nel consiglio dei ministri di venerdì e che, quasi sicuramente, saranno varati la prossima settimana insieme al pacchetto liberalizzazioni che il governo chiuderà dopo il confronto con i partiti della maggioranza. Il primo intervento ha il profilo di un atto regolatorio in deroga alla normativa sui controlli alle imprese: per evitare controlli ripetuti da parte di enti o amministrazioni diverse (Inail, Inps, ispettori del lavoro, Vigili del Fuoco) si punta da una parte ad affidare a un unico soggetto più funzioni ispettive e, dall'altra, ad avviare un più stretto coordinamento per concentrare in una sola visita all'azienda più verifiche. La seconda misura di deregulation prevede invece l'attribuzione di poteri sostitutivi ai dirigenti della Pa per evitare il ricorso al giudice in caso di contenzioso. La norma dovrebbe avere impatto sulla disciplina sostanziale che regola le procedure di pagamento della Pa ai fornitori o le procedure per la concessione di licenze edilizie. In caso di superamento dei termini il fornitore potrà rivolgersi a un dirigente responsabile che potrà rilasciare nuovi termini ridotti per la chiusura della pratica. Sul fronte dei cittadini, invece, si punta ad un allargamento della de-certificazione avviata dal vecchio Governo con l'estensione del principio "taglia-certificati" ad alcune categorie protette. Le certificazioni di invalidità, per esempio, avranno valore automatico per l'accesso a una serie di servizi locali che oggi prevedono la produzione di documentazione aggiuntiva.

Nei piani del governo la deregulation camminerà in parallelo alle liberalizzazioni che spazieranno nei principali settori economici compresa l'energia sulla quale Passera studia un meccanismo per ridurre i costi in bolletta. Sul decreto però si sono già alzati venti di bufera. La prossima settimana Passera dovrebbe tenere una serie di incontri bilaterali con le parti sociali su questo e sugli altri temi relativi alla crescita. Ad ogni modo, in vista della scadenza del 20 gennaio indicata dal sottosegretario Catricalà per le liberalizzazioni, le categorie hanno già iniziato a far sentire forte la loro voce. I tassisti ieri hanno mandato in tilt il traffico a Genova e sono in fermento anche in altre città («siamo pronti a scatenare l'inferno» dice Loreno Bittarelli di Uritaxi), i farmacisti hanno già incontrato il ministro della Salute per ribadire il loro no a interventi troppo «pesanti». Anche i gestori di carburanti, con Femca Cisl, provano a mettere un argine parlando di migliaia di posti a rischio. Intanto gli edicolanti, interessati dalla liberalizzazione inserita nell'ultima manovra, ieri hanno incontrato il governo confermando che la serrata, originariamente prevista per i giorni 27, 28 e 29 dicembre scorsi, resta sospesa (e non revocata) «in attesa di risposte concrete che dovranno pervenire entro questa settimana».
Non c'è dubbio che proprio la previsione di un cammino parlamentare lungo e difficile e di proteste serrate abbia via via convinto il governo alla scelta del decreto legge, strada valutata fin dall'inizio come la meno impervia rispetto al Ddl (si veda Il Sole 24 Ore del 17 dicembre).

 

LE LIBERALIZZAZIONI

Carburanti
Nel pacchetto l'eliminazione degli ultimi vincoli alla vendita di prodotti non oil, spinta alla diffusione di operatori indipendenti dalle compagnie petrolifere, anche multimarca, e di impianti completamente automatizzati

Energia
Interventi per ridurre il caro-energia elettrica sulle imprese. Catricalà ha spiegato che non è al momento una priorità lo scorporo di Snam Rete Gas da Eni. Ma ci saranno comunque interventi per la concorrenza nella distribuzione del gas

Farmacie
Si preannuncia un intervento per aumentare il numero delle farmacie intervenendo sulla pianta organica. Si punta poi a liberalizzare la vendita dei farmaci con prescrizione medica ma a totale carico del paziente (fascia C)

Professioni
Arriverà l'aumento del numero dei notai. L'intervento, richiesto dall'Antitrust e confermato da Catricalà come parte del decreto concorrenza, prevede la modifica della pianta organica. Il governo si attende un aumento dei notai considerevole

Taxi
Si punta a liberalizzare questo servizio di trasporto locale rimuovendo la restrizione alla multi-titolarità delle licenze e assegnandone di nuove agli attuali titolare come compensazione. Più mezzi in circolazione dovrebbe garantire più concorrenza

Treni
Dopo la costituzione di un'Authority per i trasporti chiamata anche a vigilare sulla concorrenza nelle Ferrovie si punta a introdurre una serie di misure per aprire l'accesso alla rete e cancellare il regime di monopolio delle Fs sulle tratte regionali

Acqua
Ancora una volta spazio ai servizi pubblici locali. Ci sarà un intervento per chiarire i margini di manovra degli enti locali in materia di affidamenti per il gestione idrico. Ma fatto salvo quanto stabilito dal referendum assicura Catricalà

Banche
Maggiore trasparenza sui mutui casa. Il governo, accogliendo una delle indicazioni giunte dall'Antitrust, eliminerà i margini esistenti per l'abbinamento "forzato" al mutuo erogato di una polizza assicurativa