FIAT. ARMI PESANTI CONTRO LA FIOM.

 

Loris Campetti
02.02.2012

 
La strategia contro il sindacato che pretende di rappresentare i lavoratori e non l’azienda: non vi facciamo avere i soldi degli iscritti. Nuovo contratto alla mano, Marchionne tenta di cancellare ogni forma di critica. Contro le discriminazioni, il sindacato di Maurizio Landini ha già annunciato un ricorso alla magistratura

 

Loris Campetti – 02.02.2012
Anno nuovo vita nuova. La novità è targata Fiat e il fatto che fosse attesa non ne diminuisce l’impatto devastante. Grazie all’accordo separato voluto da Sergio Marchionne tra l’azienda e i sindacati postmoderni dell’era «Dopo Cristo», la Fiom non ha più diritto di svolgere attività sindacale in tutti i siti Fiat italiani e non le vengono riconosciute le Rsu che ora sono sostituite dalle Rsa di nomina delle sole organizzazioni firmatarie del nuovo contratto che cancella il contratto nazionale. Ma c’è di più: la multinazionale di Detroit-Torino da gennaio non raccoglie più le trattenute sindacali per la Fiom, avendo strappato le deleghe sulla cessione del credito come previsto dall’accordo separato. Non basta: da martedì anche le Rsl (i rappresentanti per la sicurezza) della Fiom, elette dai lavoratori, sono state sostituite dalle Rsa dei sindacati firmatari.
Alla Sevel di Atessa, una delle fabbriche che lavorano a buon ritmo alla produzione di furgoncini per Fiat e Peugeot, capita addirittura che mentre alla Fiom non viene più garantita dall’azienda la trattenuta sindacale agli iscritti, il sindacato di base Usb può invece usufruire, come Uilm, Fim, Ugil e Fismic, del servizio. Non fraintendete: non è che la Fiat faccia dei favori sottobanco all’Usb, è soltanto che questo sindacato, a cui il servizio era stato negato prima ancora della Fiom, ha fatto causa all’azienda e l’ha vinta. Secco il commento del responsabile auto dei metalmeccanici Cgil: «La Fiat paga solo se glielo impone il magistrato». 
Contro le discriminazioni ai suoi danni e ai danni dei lavoratori a cui è impedito di scegliere liberamente da chi farsi rappresentare, il sindacato guidato da Maurizio Landini ha già annunciato il ricorso alla magistratura, naturalmente non solo alla Sevel ma in tutti gli stabilimenti del gruppo. Una sentenza emessa da un giudice torinese ha già condannato per antisindacalità la Fiat per il contratto, sempre separato, di Pomigliano, sulla cui base è stato scritto quello oggi in vigore in tutti gli stabilimenti.
C’è chi sostiene che una delle ragioni per cui nella fabbrica napoletana resettata e rinominata da Marchionne, tra i mille assunti (dei quasi 5 mila dipendenti in attesa di un nuovo contratto) non c’è un solo iscritto Fiom stia proprio nella condanna inferta dal giudice torinese: se degli operai della Fiom chiedessero, sentenza alla mano, di nominare i loro rappresentanti, la Fiat sarebbe costretta ad abbassare la testa. Ma questa non è che una ragione aggiuntiva delle discriminazioni ai danni della Fiom alla ragione principale: la Fiom deve scomparire dalle mie fabbriche, ha deciso Marchionne con l’aiuto dei sindacati complici e il silenzio o addirittura il plauso di gran parte della politica, di centrodestra come di centrosinistra.
La Fiom sarà intanto costretta a raccogliere direttamente le quote sindacali dagli iscritti nelle fabbriche in cui è presente (tutte tranne Pomigliano, per le ragioni di cui sopra), ma dovrà farlo durante la pausa mensa o addirittura fuori dai cancelli, essendole interdetta ogni agibilità sindacale. Insomma, Marchionne usa tutte le carte a sua disposizione per mettere in ginocchio l’unico grande sindacato che non è riuscito a ipnotizzare – diciamo così, per un’opera di misericordia – nella speranza che avendo trasformato la Fiom in un sindacato clandestino la sua fine sia segnata. Salvo sorprese, naturalmente, che potrebbero arrivare dai giudici. Ma l’impegno non è sul solo piano legale: sabato 11 febbraio i metalmeccanici che rivendicano insieme al contratto nazionale il diritto della Fiom a tornare in Fiat sbarcheranno in massa a Roma. Non saranno soli: l’organizzazione di Landini ha raccolto adesioni importanti nel mondo della cultura e tra gli studenti, così come tra i movimenti che si battono nel territorio in difesa dell’ambiente e dei beni comuni. Iniziative in preparazione dell’11 si stanno svolgendo nelle principali città italiane. Sabato 4 a Roma, al cinema Palazzo a San Lorenzo, è previsto un incontro promosso insieme dalla Fiom e dalla rivista Micro Mega, a cui hanno dato la loro adesione intellettuali ed esponenti dei movimenti.

SOS EMERGENCY. DI ILIC.

 

SOS Emergency: un SMS al 45508
per sostenere l’ospedale di Emergency a Kabul

Cari amici, abbiamo lanciato una campagna per sostenere il nostro ospedale di
Kabul. Chi vuole aiutarci può inviare un SMS al 45508 o chiamare lo stesso
numero da rete fissa. Ma se chi riceve questo messaggio lo rimanda ai suoi
amici, ci rende un servizio ancora più prezioso.

Grazie in anticipo per quello che farete.

Di seguito il comunicato stampa:

“Dal 30 gennaio fino al 19 febbraio, inviando un SMS al numero 45508 o chiamando
allo stesso numero da rete fissa, si potrà sostenere il Centro chirurgico per
vittime di guerra a Kabul, in Afghanistan, e i 9 Posti di primo soccorso /
Centri sanitari di riferimento nell’area di Kabul.
Gli utenti Tim, Vodafone, Wind, 3, PosteMobile, CoopVoce, Tiscali e Nòverca potranno inviare un SMS al
numero 45508 del valore di 2 euro; sarà possibile donare 2 euro anche
chiamando lo stesso numero da rete fissa Telecom Italia, Infostrada, Fastweb,
TeleTu e Tiscali.

L’intero ricavato sarà devoluto a Emergency.

La guerra in Afghanistan ha causato un milione e mezzo di morti e quattro
milioni di profughi. Le mine, le cluster bombs e gli ordigni inesplosi che
infestano il territorio sono una minaccia costante. Negli ultimi 10 anni, le
condizioni di vita della popolazione sono drasticamente peggiorate: il tasso di
povertà assoluta è salito dal 23 al 36 per cento; l’aspettativa di vita è
scesa da 46 a 44 anni (in Italia è di 81); la mortalità infantile è salita
dal 147 al 149 per mille (in Italia è il 3 per mille). Denutrizione, scarso
accesso ad acqua sicura, epidemie di tubercolosi non trovano risposte in un
sistema sanitario nazionale inadeguato ai bisogni della popolazione. Il Centro
chirurgico di Kabul è stato aperto nell’aprile 2001 per portare cure gratuite
e di elevata qualità alle vittime del conflitto.
Nell’ospedale, aperto sotto il regime dei talebani, oltre il 40 per cento dello
staff locale era femminile. All’inizio dell’ultima guerra contro
l’Afghanistan, nell’autunno 2001, Emergency era l’unica Ong internazionale
presente nel paese e il suo ospedale di Kabul era il centro di riferimento per
i feriti di guerra. Negli anni, il centro si è specializzato anche in
traumatologia; da luglio 2010, per far fronte all’aumento dei feriti, i
criteri di ammissione sono stati limitati alla sola chirurgia di guerra. La
linea del fronte, infatti, si è spostata sempre più vicina alla capitale e
sono sempre più frequenti gli attentati in città. Dall’aprile 2001 a dicembre
2011, il Centro chirurgico di Kabul ha curato oltre 100 mila persone, per oltre
il 90% civili. Uno su tre era un bambino. L’ospedale di Kabul è il centro di
riferimento per i pazienti visitati presso i Centri sanitari e i Posti di primo
soccorso di Emergency di Azra, Ghazni, Logar, Maydan Shahr, Mirbachakot, Said
Khil, Sayad, le cliniche di Emergency all’interno ! degli orfanotrofi maschile
e femminile, del riformatorio Juvenile Reha bilitation Center di Kabul e nelle
principali prigioni della città. Dal 1999, Emergency ha curato in Afghanistan
oltre 3 milioni di persone nei Centri chirurgici di Kabul, di Lashkar-gah e
Anabah, nel Centro di maternità di Anabah e nella rete di 30 Centri sanitari e
Posti di primo soccorso che ha costruito in tutto il Paese.”


SOS EMERGENCY. AIUTACI A NON SMETTERE
Dona online su www.sosemergency.it
oppure chiama il numero verde 800.394.394
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I volontari di EMERGENCY si impegnano nella raccolta di fondi e nella diffusione
di una cultura di pace, attraverso incontri pubblici, interventi nelle scuole ed
altre iniziative. Se vuoi entrare a far parte del gruppo di Torino scrivi a
emergency.to@inrete.it

(Ilic)

PISAPIA APRE IL FONDO POVERTA’ ALLE COPPIE DI FATTO. SUBITO POLEMICA.

da 
 
Si tratta solo di 4 milioni di euro, il bando è aperto a tutte le coppie, anche omosex. Tuona l’Avvenire: “Violato lo spirito della Costituzione”. Anche nel Pd c’è chi fa dei distinguo parlando di scelta “inopportuna”.

Luca Fazio – 30.01.2012
Apriti cielo. Una piccola fatwa ha colpito il sindaco Pisapia. Il comune di Milano dispone di un piccolo gruzzolo, poco più di 4 milioni di euro, da destinare ai cittadini in difficoltà economica. Si chiama Fondo Anticrisi e da quest’anno il bando è stato ampliato anche alle coppie di fatto. Anche a una donna che sta con una donna e a un uomo che sta con un uomo. Non è la rivoluzione, è la semplice constatazione che anche tra le unioni civili (sembra il contrario di incivili…) la povertà avanza e non ci sono famiglie di serie A e di serie B.
Almeno così la pensa Pisapia. «A me sembra assolutamente normale – spiega il sindaco di Milano – che laddove ci siano dei soggetti bisognosi il Comune faccia tutto quanto possibile dando anche quelle disponibilità che ci sono. Chi ha bisogno, chi è legato da vincoli affettivi e si trova in difficoltà, così come chi è sposato, deve essere aiutato. E’ un dovere da parte delle istituzioni».
Tanto illuminato buon senso anticipa la creazione del registro delle unioni civili che il sindaco ha promesso entro il 2012. L’altra (non) notizia è che la principale forza politica che lo sostiene, il Pd, sbanda come al solito. Qualcuno sostiene la battaglia con determinazione (l’assessore Majorino) ma altri balbetta i soliti distinguo – «decisione inopportuna… » – tanto per ribadire di che pasta è fatto il partito che non c’è, e se c’è dorme. Reazioni scomposte più per senso del dovere che per convinzione, reiterando il «vade retro» di bimillenaria tradizione, il quotidiano dei vescovi se l’è presa davvero a male.
«Porre sullo stesso piano – tuona l’Avvenire – le coppie che, sposandosi civilmente o religiosamente, assumono un preciso impegno pubblico a persone che, per scelta o per impossibilità, non rendono vincolanti i propri legami affettivi, significa violare la lettera e lo spirito della Carta fondamentale». Pisapia dunque sarebbe fuori dalla Costituzione e dovrebbe pentirsi per non aver dato «chiara e incontestabile» priorità alla famiglia fondata sul matrimonio, la quale, «non è favorita dalla Costituzione per ideologia, ma perché orientata a garantire quei rilevanti beni sociali che sono la stabilità delle relazioni fondamentali e la creazione di un ambiente più accogliente per i figli».
Insomma, senza scomodare analisi e dati sulla crisi e sulla qualità dei matrimoni (a Milano ne saltano 4 su 10), come sempre i preti dimostrano di essere fuori dalla realtà quando ci sono di mezzo affetti e sessualità. Del resto è il loro mestiere. Più ardua l’opposizione tutta cattolica di ciò che resta della dissolta giunta morattiana.
C’è la consigliera Moioli (quella che spaccava il capello in quattro sui neonati degli immigrati da non accogliere negli asili nido) che parla di provvedimento che «mina la società nelle sue fondamenta». Indirettamente, con meno verve di Pisapia, le risponde il cattolico assessore Granelli, in punta di regolamento. Il criterio di assegnazione dei fondi, spiega, è corretto perché secondo quanto previsto dal Dpr del 1989 «agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune». Semplice. Riapriti cielo.

LA GUERRA FINANZIARIA

da  http://www.senzasoste.it/internazionale/leuro-fa-riemergere-il-nazionalismo-la-germania-vuole-nominare-un-commissario-alleconomia-in-grecia

Ormai è chiaro. Sullo scenario globale si sovrappongono due tipi di conflitti: uno legato alla guerra finanziaria tra stati, per assicurarsi il predominio nel nuovo contesto geopolitico dettato dall’ascesa dei Bric, l’altro dalla feroce lotta sull’estrazione di valore dal capitale finanziario tra fondi di investimento, fondi sovrani, banche, assicurazioni e miriadi di soggetti ibridi tipici di questo genere di mercato.
E’ la classica guerra tra stati alla quale si sovrappone la guerra civile tra soggetti della finanza. I quali, a differenza dello schema militare classico, si mostrano più forti degli stati e in grado di attaccarli. Ma è lo schema della guerra per sovrapposizione di conflitti , per il posizionamento sulle risorse (quella tra stati) e per l’estrazione di profitto (tra soggetti finanziari) che spiega quello che sta accadendo in questi anni. Recentemente Giorgio Gattei su sinistrainrete.it e su Politica e Classe riprendeva l’ormai classico testo di Qiao Ling e Wang Xiangsui “Guerra senza limiti”. Testo nel quale si parla della guerra finanziaria, una «forma di guerra non militare il cui potere distruttivo è almeno pari a quello di una guerra cruenta, ma nella quale, di fatto, non si versa alcuna goccia di sangue».
Una delle tappe di questa guerra distruttiva è il tentativo di commissariamento dell’economia greca da parte della Germania. Non più commissariamento di fatto, come accaduto per Berlusconi quest’estate, ma per legge. La Csu tedesca, fonte Financial Times Deutschland, sta lavorando per rendere questa proposta accettabile ai greci. Da episodi come questi si capisce come l’euro, e l’architettura della Ue abbiano fallito proprio sul piano costitutivo: invece di favorire la cooperazione tra stati fa riemergere il nazionalismo. Per cui se un paese debole è in difficoltà, l’altro lo fa commissariare. I posizionamenti geopolitici non ammettono il rispetto della sovranità nazionale. Mentre i grandi fondi di investimento sembrano attendere l’esito di questa vicenda.

LA LETTERA CHE STRANGOLA LA GRECIA

La lettera della troika che strangola la Grecia

 

Richieste due grandi privatizzazioni subito, licenziamenti di massa nel settore pubblico, enorme flessibilità del lavoro nel settore privato, un nuovo taglio di pensioni e stipendi e altre montagne di soldi per le banche

«Terra e acqua», come nell’antichità, ha chiesto ieri la troika (Fmi-Bce-Ue) per concedere il nuovo maxi prestito al governo tecnico di Lucas Papadimos, mentre ancora è in trattative con i creditori privati per il taglio del debito dei bot greci. In dodici fitte pagine la troika ha avanzato dure condizioni alla Grecia per la concessione del secondo prestito (130 miliardi di euro), che suonano come un chiaro avvertimento per gli altri «maiali», i piigs della eurozona che aspettano un secondo prestito, come Portogallo e Irlanda, o i paesi che hanno problemi a finanziare i loro debiti, come Spagna, Italia e più a lungo il Belgio. 

La troika vuole due grandi privatizzazioni nel periodo breve, licenziamenti di massa nel settore pubblico, enorme flessibilità del lavoro nel settore privato, un nuovo taglio delle pensioni e degli stipendi e ancora montagne di soldi per le banche, esautorando lo stato da ogni decisione. Il sistema bancario sarà salvo con i prestiti che pagheranno i greci delle prossime generazioni, con il loro governo che prenderà in cambio solo azioni privilegiate, senza diritto di voto e di controllo sulle politiche dei banchieri. L’unica «concessione» della troika è la diminuzione del deficit per il 2012 (dell’1%) con tagli alla spesa pubblica e non con nuove tasse: il buco nero dei 2 miliardi per il 2011 sarà coperto con tagli alla spesa farmaceutica e alla difesa.
Ue, Bce e Fmi chiedono nello specifico 150mila licenziamenti o pensionamenti nel settore pubblico fino al 2015, un nuovo taglio delle pensioni integrative e dei salari, con la scomparsa di tredicesima e quattordicesima, l’abolizione del sistema della contrattazione del lavoro con la sepoltura dei contratti collettivi in cambio di contratti individuali privati o al massimo a livello di impresa, la diminuzione del salario minimo e l’abolizione dei contratti settoriali nelle banche, negli enti e nelle imprese statali e parastatali. Vogliono anche tasse più salate per i proprietari di case e l’aumento del 25% del valore nelle compravendite degli immobili. Impongono la flessibilità salariale più assoluta, la diminuzione dei contributi delle imprese al 5%, la liberalizzazione completa del settore dei trasporti stradali, delle farmacie, di notai e avvocati.
Nel ricatto della troika c’è la volontà di «neutralizzare» il controllo politico della direzione delle entrate fiscali e delle dogane, con la creazione di una speciale segreteria generale e, per combattere la corruzione, pretende il cambio degli alti funzionari delle direzioni del fisco ogni due anni e la sostituzione dei funzionari che non raggiungono gli obbiettivi.
Naturalmente il nuovo pesantissimo memorandum dovrà essere firmato dai leader dei tre partiti (il partito socialista Pasok, Nea Dimocratia di centrodestra e Laos di estrema destra) che sostengono il governo Papadimos di coalizione nazionale. Una «firma» che è diventata prassi anche in Grecia dopo l’esempio dei partiti di governo in Irlanda e Portogallo per assicurarsi i prestiti.
Il premier ha fretta di concludere la partita per il taglio del debito con i creditori privati per finire il prima possibile le trattative per il secondo maxi prestito, attraverso il massacro dei diritti dei lavoratori. La stessa fretta hanno anche Angela Merkel, l’Ue e il Fondo monetario internazionale visto che Portogallo e Irlanda aspettano con ansia in anticamera per seguire il triste destino della Grecia.
C’è da credere tra la popolazione, dopo due anni di unitili sacrifici, montino ancora rabbia e indignazione destinate a sfociare in una nuova ondata di proteste.
Basta guardare l’atmosfera che si respira ad Atene. Migliaia di cittadini in coda, mercoledì scorso, per accaparrarsi le 25 tonnellate di patate distribuite gratis dagli agricoltori di Boiotia-Thiva a piazza Syntagma. Migliaia di lavoratori della sanità che hanno preso d’assedio il ministero per protestare contro i tagli e lo sfasamento dei sistema sanitario pubblico. Una folla arrabbiata e triste come quella che ieri pomeriggio ha accompagnato il registra Theo Angelopoulos per il suo ultimo viaggio.

* Il Manifesto 28 gennaio 2012

L’OFFENSIVA CONTRO I NO TAV

da   ilmanifesto.it
 
 
Offensiva contro il movimento No Tav
Retata in tutta Italia, 25 arresti
 

redazione
26.01.2012

 
Il governo Monti non piange più e mostra i denti. Violento attacco contro i No Tav: all’alba, retata della polizia in tutta Italia con 25 arresti e una quindicina di altri provvedimenti cautelari nei confronti di esponenti del movimento e di partecipanti alle manifestazioni dell’estate scorsa. Solidarietà da Fiom e Prc. Ieri a Roma botte ai pescatori

 

redazione – 26.01.2012
Blitz della polizia all’alba in diverse città d’Italia per eseguire 25 provvedimenti di custodia cautelare in carcere, 15 misure di obbligo di dimora, un provvedimento di custodia cautelare ai domiciliari e una misura di divieto di dimora nei confronti di attivisti No Tav, per una serie di reati in relazione agli incidenti avvenuti quest’estate durante le manifestazioni in Val di Susa. Le accuse vanno dalla violenza alla resistenza a pubblico ufficiale, a lesioni e danneggiamento. Le ordinanze sono state emesse dal gip di Torino su richiesta del procuratore aggiunto, Andrea Beconi, che coordina le indagini. L’esecuzione dei provvedimenti è in corso in tutta Italia, la maggior parte in Piemonte. 
Le città interessate dall’operazione, che ha toccato anche la Francia, sono Torino, Asti, Milano, Trento, Palermo, Roma, Padova, Genova, Pistoia, Cremona, Macerata,Biella, Bergamo, Parma e Modena. Fra le decine di arresti, alcuni riguardano frequentatori del Centro sociale torinese Askatasuna e di case occupate a Milano. Un ordine di custodia è stato emesso anche per un militante No Tav attivista di un comitato di Bussoleno, in Val Susa.
 
“Il movimento No Tav è stato colpito perchè è diventato il faro della protesta e colpendolo pesantemente con questi arresti si è voluto dare un messaggio a tutti gli altri movimenti che alzano la testa per difendere i loro diritti” – ha detto Alberto Perino, uno dei leader del movimento No Tav. “L’altra ragione per cui si è voluto colpire il movimento No Tav – ha aggiunto Perino – è farlo passare non per un movimento popolare ma per un gruppo infiltrato e gestito dall’ala antagonista italiana. Non a caso, gli arrestati valsusini sono soltanto due, un barbiere e un consigliere comunale. Vogliono far passare il messaggio che il nostro movimento non è radicato sul territorio, ma avulso e infiltrato”.
 
“Piena solidarietà agli arrestati” per Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale della Fiom, che ha partecipato questa mattina a un incontro nella sala consiliare del Comune di Villarfocchiardo (Torino), in segno di solidarietà con il consigliere Guido Fissore, arrestato la scorsa notte. “Sono misure repressive inaccettabili. Non si risponde così a una protesta sociale come quella della Valle di Susa. Mi pare evidente, se mettiamo insieme tutti gli episodi di questi giorni – ha aggiunto Cremaschi – che si vuole dare un segnale di repressione a tutte le proteste sociali che crescono e cresceranno nel Paese ed è questa la cosa più grave e inaccettabile di tutte». 
 
Per il segretario del Prc Paolo Ferrero “Gli arresti di stamane sono l’ennesimo tentativo di ridurre il movimento No tav ad un problema di ordine pubblico al fine di dividerlo e delegittimarlo. È l’ennesimo punto di continuità tra il governo Berlusconi e il governo Monti: non si riconoscono le ragioni di chi protesta, non si tratta, ma si agisce militarmente, si determina un clima di tensione e poi si processa sulla base degli scontri che avvengono. Il 28 giugno e il 3 luglio ho partecipato anch’io alle manifestazioni in Val di Susa” -ricorda Ferrero – “sono stato abbondantemente gasato e voglio affermare ancora una volta che – al contrario di quel che si vuol far credere – il movimento No tav non è un problema di ordine pubblico ma una grande esperienza politica in cui una comunità vuole decidere democraticamente sul proprio futuro, così come democraticamente decide le forme e i contenuti delle mobilitazioni”. 
 
La manifestazione indetta dai No Tav per sabato a Torino è comunque “confermata, anzi confermatissima”: lo ha detto Francesco Richetto, uno dei leader del movimento che, in queste ore, è riunito al presidio di Vaie (Torino) per discutere sulle iniziative da intraprendere dopo gli arresti. 

LAVORO E WELFARE. LE PROPOSTE AGGHIACCIANTI DEL GOVERNO

La «ridefinizione» della cig: un solo anno, poi arrangiatevi

 

Si affaccia anche il «contratto modellato sul ciclo di vita». Deregulation per eliminare ogni forma di patto collettivo

gioco3carteProfessori delle tre carte. Dopo aver a lungo menato la danza della «riforma del mercato del lavoro», che doveva però andare «di concerto con la rimodulazione degli ammortizzatori sociali», addirittura vellicando sogni europei come il «reddito di disoccupazione», il governo ha mostrato la faccia feroce di chi – dei senza lavoro perché le aziende chiudono – sostanzialmente se ne infischi. O peggio.
Vediamo i dettagli. Il governo ha messo sul tavolo «i titoli» – come si dice in gergo – di cinque capitoli contenenti le linee guida del progetto governativo: tipologie contrattuali, formazione e apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali, servizi all’impiego. Ma solo di alcuni si è appreso qualcosa di attendibile. Al momento di entrare a palazzo Chigi il ministro del welfare Elsa Fornero aveva spiegato che nella riforma ci sarebbe stato anche uno «schema di reddito minmo». Peccato che «richiede risorse ora non individuabili», e quindi verrà approvata ma «l’applicazione sarà dilazionata». Insomma: una riga di inchiostro su carta, non un diritto esigibile.
Ma questa era anche l’unica «buona notizia». Per «riforma» degli ammortizzatori sociali – cassa integrazione e mobilità – il governo intende la loro sostanziale cancellazione. Oggi abbiamo tre tipi di cassa integrazione. L’ordinaria (per imprese industriali ed edilizia) entra in azione per sospensione dell’attività produttiva, può durare fino a un anno, con l’80% del salario, pagata dai contributi di aziende e lavoratori. La straordinaria, invece, scatta anche per altri tipi di imprese (editrici, commercio, trasporto aereo, ecc) e copre le crisi aziendali vere e proprie: ristrutturazione, riconversione, riorganizzazione, crisi e «procedure concorsuali» (fallimento o liquidazione). Può durare anche 24 mesi (36 al centro, 48 al sud) ed è egualmente finanziata da imprese e lavoratori. Quella in deroga, infine, è stata introdotta da Sacconi per coprire – nella crisi – anche quei settori che non usufruivano delle prime due forme; copre anche apprendisti, interinali, ecc, ma è a carica della fiscalità generale dello Stato.
A seguire c’è anche la mobilità, al 60% del salario, dalla durata variabile a seconda dell’età del lavoratore o del territorio di residenza. Una serie di salvagenti straordinari – pensati per aiutare le imprese, non tanto i lavoratori – che si sono però rivelati preziosi in questi anni di crisi per evitare di avere milioni di disoccupati per strada. E relativi problemi sociali.
Cosa hanno pensato i geniali «tecnici» scelti dall’alto dei cieli europei? Che è meglio ridurre tutto a una sola forma: l’ordinaria, con durata 52 settimane. Anche se l’azienda chiude. Poi «si pensa» a «un’indennità risarcitoria» o al «rafforzamento del sussidio di disoccupazione». Per cui, «purtroppo», non ci sono soldi. Quindi non esiste il sussidio… Facile previsione: nel solo 2012, avremo tra i 300 e i 500mila disoccupati in più. E non un solo posti di lavoro nuovo.
Essere presi per i fondelli non è simpatico, ma i «professori» sono stati capaci di andare oltre. Può essere ammesso, ma non concesso che il lavoro flessibile (ci si riferisce all’insieme dei 48 contratti precari, ma in modo «dolce e suadente») possa essere reso più caro, invece che abolito. E che l’incentivo alla «stabilizzazione» del rapporto di lavoro sia affidato alla defiscalizzazione degli oneri contributivi. Certo, per una schiera di ministri che ripete continuamente di voler creare «opportunità per i giovani» sarebbe più coerente se prevedesse una drastica eliminazione di quei contratti, lasciando alla «stagionalità» i mestieri di bagnino e di maestro di sci.
Ma è il terzo pilastro della struttura illustrata ieri i punto più preoccupante: il contratto calibrato sul ciclo di vita. Se siete abituati a diffidare delle formule verbali fantasiose, fate bene a preoccuparvi. Il ministro Fornero è stata parca di contenuti e ricca di immagini: «serve un contratto che evolve con l’età», «piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per ogni età». La sovrabbondanza di riferimenti all’«evoluzione» suggerisce la scomparsa di meccanismi contrattuali certi e validi per tutti. Ai tre anni del «contratto di ingresso» – una sorta di apprendistato, ma senza godere di alcun diritto (a parte un «risarcimento» proporzionale alla durata del lavoro) – seguirebbe non l’attuale «contratto a tempo determinato» ma una sorta di terra di nessuno. Bisognerebbe infatti capire fino a quale età si può essere assunti con l’«ingresso», perché per un 50enne sarebbe una presa in giro eccessiva.
Nell’insieme, dunque, scompare la «norma contrattuale nazionale» – il principio giuridico dell’egualianza di trattamento – e viene adombrato il «contratto su misura». Berlusconi, nel 2001, ci aveva fatto un pensierino, chiamandolo «contratto Internet» o individuale. Poi ripigò sul più casareccio «lavoretto».
Ma, almeno, tutta questa storia ha fatto accantonare la fissazione per l’art. 28? Ma quando mai. Il premier è stato chiaro: «non può essere un tabù». Per chi è abituato alla logica, vedendo che il governo presenta le proprie proposte come immodificabili, diventa chiaro che i «tabù» sono esattamente i bersagli che si prefigge di colpire.

Francesco Piccioni

tratto da “Il Manifesto”

24 gennaio 2012

TAMBURI DI GUERRA

Pubblicato da il 20 gennaio 2012.

 

BATTONO I TAMBURI DI GUERRA: PROVOCARE L’IRAN PERCHÉ “SPARI IL PRIMO COLPO”?

- DI MICHAEL CHUSSUDOVSKYGlobal Research -

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Introduzione

Mentre la possibilità di una guerra con l’Iran è riconosciuta nei servizi giornalistici degli Stati Uniti, le sue implicazioni regionali e globali sono solo superficialmente analizzate.

Pochissime persone in America sono consapevoli o informate su quanto concerne la devastazione e la perdita di vite umane che si potrebbero verificare nel caso di un attacco contro l’Iran promosso dagli Stati Uniti e da Israele. I media sono coinvolti in un processo intenzionale di mimetizzazione e di distorsione.

I preparativi di guerra secondo il paradigma “Global Strike”, tutto accentrato e coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti (STRATCOM), non sono presenti sulle prime pagine dei giornali, dove possiamo leggere invece notizie su questioni di interesse pubblico decisamente insignificanti, come quelle su scenari criminali a livello locale o le relazioni gossip dei tabloid sulle celebrità di Hollywood .

La “Globalizzazione della Guerra”, che prevede il dispiegamento egemonico di una formidabile forza militare USA-NATO in tutte le principali regioni del mondo, è irrilevante agli occhi dei media occidentali.

In un più ampio panorama le implicazioni di questa guerra sono banalizzate o sottaciute. Le persone sono portate a credere che la guerra faccia parte di un “mandato umanitario”, e che l’Iran, così come gli alleati dell’Iran, in particolare Cina e Russia, costituiscano una implacabile minaccia per la sicurezza globale e per la “democrazia dell’Occidente”.

Mentre vengono usati i sistemi d’arma tecnologicamente più avanzati, le guerre degli Stati Uniti non sono mai presentate come “operazioni di killeraggio”, che determinano pesanti perdite civili. Mentre l’incidenza dei “danni collaterali” viene riconosciuta, le guerre condotte dagli Stati Uniti sono annunciate come uno strumento indiscutibile di “consolidamento della pace” e di “democratizzazione”.

Questa idea contorta che fare la guerra è per “una giusta causa”, si va radicando nell’intima coscienza di milioni di persone. Un quadro del “bene contro il male” mette in ombra la comprensione delle cause e delle conseguenze devastanti della guerra.

All’interno di questa mentalità, la realtà e i principi sono capovolti. La guerra diventa pace. La bugia diventa verità. Il mandato umanitario del Pentagono e della NATO non può essere contestato.

Nelle parole del presidente Obama, “nessuna opzione può essere presa in considerazione che sia esterna alla nostra agenda, che prevede solo il perseguimento dei cattivi soggetti”. Predomina una dottrina inquisitoria simile a quella dell’Inquisizione spagnola. Alle persone non viene più concesso di pensare.

L’Iran è un paese di quasi 80 milioni di persone. Costituisce un importante e significativo potere militare ed economico regionale. Possiede il dieci per cento delle riserve mondiali di petrolio e di gas, oltre cinque volte quelle degli Stati Uniti d’America.

La conquista delle ricche risorse petrolifere iraniane è la forza trainante che investe l’agenda militare usamericana. Il petrolio e il gas dell’Iran sono il trofeo non dichiarato di una guerra a guida usamericana, che negli ultimi nove anni si trova sul tavolo di progettazione operativa del Pentagono.

Mentre gli Stati Uniti sono sul piede di guerra, l’Iran è stato – per più di dieci anni – attivo nello sviluppare le sue capacità militari, nell’eventualità di un’aggressione promossa dagli Stati Uniti.

Se dovessero scoppiare le ostilità tra l’Iran e l’Alleanza militare occidentale, questo potrebbe innescare una guerra regionale, che andrebbe a estendersi dal Mediterraneo ai confini con la Cina, che potenzialmente potrebbe condurre l’umanità nel dominio di uno scenario da Terza Guerra Mondiale.

Il governo russo, in una recente dichiarazione, ha avvertito gli Stati Uniti e la NATO che “se l’Iran dovesse essere trascinato in qualsiasi situazione avversa dal punto di vista politico o militare, questo costituirà una diretta minaccia alla nostra sicurezza nazionale.” In buona sostanza, questo significa che la Russia si considera un alleato militare dell’Iran, e che la Russia agirà militarmente se l’Iran venisse attaccato.

Dispiegamento militare

L’Iran è l’obiettivo dei piani di guerra USA-Israele-NATO.

Sono stati messi in campo avanzati sistemi d’arma. Forze speciali usamericane e alleate e agenti dei servizi segreti sono già sul terreno all’interno dell’Iran. Droni militari degli Stati Uniti sono impiegati in attività di spionaggio e di ricognizione.

Armi nucleari tattiche B61 “bunker buster” (distruggi bunker) sono candidate ad essere utilizzate contro l’Iran come rappresaglia per il suo presunto programma di armi nucleari.

Ironia della sorte, nelle parole del Ministro della Difesa usamericano Leon Panetta, l’Iran non possiede un programma di armamenti nucleari. “Stanno cercando di sviluppare un’arma nucleare? No!

Il rischio di un conflitto armato tra una coalizione a guida Stati Uniti-Israele e l’Iran è, secondo gli analisti militari israeliani, “pericolosamente vicino”.

È avvenuto un massiccio dispiegamento di truppe che sono state inviate in Medio Oriente, per non parlare del riposizionamento delle truppe usamericane e alleate in precedenza di stanza in Afghanistan ed Iraq.

Novemila soldati statunitensi sono stati inviati in Israele per partecipare a quella che viene descritta dalla stampa israeliana come la più grande esercitazione bellica congiunta di difesa aerea della storia israeliana. Le manovre, indicate con Austere Challenge 12, sono previste avvenire entro le prossime settimane. Il loro scopo dichiarato “è quello di testare i molteplici sistemi di difesa aerea israeliani e statunitensi, in particolare il sistema Arrow, che Israele nello specifico ha sviluppato con il concorso degli Stati Uniti per intercettare i missili iraniani.”

Rapporti suggeriscono anche un sostanziale aumento del numero di riservisti che vengono impegnati in Medio Oriente. Viene confermato che personale riservista dell’Air Force degli Stati Uniti è stato inviato presso le basi militari in Asia sud-occidentale (Golfo Persico).

Dal Minnesota oltre 120 avieri tra piloti, navigatori, meccanici, ecc. sono partiti per il Medio Oriente, l’8 gennaio. Dalle basi in North Carolina e Georgia, personale riservista “è in attesa di essere dislocato con le proprie unità nei prossimi mesi”. (Vedi fayobserver.com, 18 dicembre 2011)

In Medio Oriente, sono state inviate anche unità della riserva della Guardia Costiera degli Stati Uniti (Riservisti della Guardia Costiera diretti in Medio Oriente military.com, 5 gennaio 2012).

Da questi rapporti locali, tuttavia, è impossibile stabilire il complessivo aumento di riservisti statunitensi dalle diverse divisioni delle forze armate degli Stati Uniti, che sono stati assegnati all’“operazione guerra all’Iran”.

In Medio Oriente sono stati inviati anche riservisti dell’esercito della Gran Bretagna.

Truppe degli Stati Uniti verso Israele e il Golfo Persico

In buona sostanza, Israele è diventato l’avamposto militare degli Stati Uniti. Le strutture di comando degli Stati Uniti e di Israele vengono integrate, con una stretta concertazione tra il Pentagono e il Ministero della Difesa di Israele.

Un gran numero di truppe degli Stati Uniti sarà di stanza in Israele, una volta che i piani di guerra sono stati completati. L’assunzione di questo dispiegamento militare è l’allestimento scenico di un attacco aereo congiunto USA-Israele contro l’Iran.

L’escalation militare verso una guerra regionale fa parte dello scenario militare:

Questa settimana, migliaia di soldati degli Stati Uniti hanno iniziato ad arrivare in Israele. […] molti sarebbero rimasti fino alla fine dell’anno come parte dell’integrazione in approntamento fra esercito degli Stati Uniti ed esercito di Israele (US-IDF) in vista di un impegno militare contro l’Iran e la sua possibile escalation in un conflitto regionale.

Essi saranno affiancati da una portaerei statunitense. Gli aerei da combattimento dai suoi ponti condurranno missioni in coordinazione con aerei dell’aviazione di Israele.

I 9.000 militari statunitensi che confluiranno in Israele nelle prossime settimane sono per lo più aviatori, squadre di intercettazione missilistica, marines, marinai, tecnici e funzionari dei servizi segreti.

Anche Teheran sta camminando sul filo del rasoio. Vengono messe in scena manovre militari a distanza ravvicinata per assicurare il popolo iraniano che i suoi dirigenti sono pienamente preparati a difendere il paese contro un attacco usamericano o israeliano contro il suo programma nucleare nazionale. Con questo stratagemma, le forze di terra, di mare e di aria dell’Iran sono mantenute costantemente all’erta bellica, pronte a contrastare qualsiasi attacco di sorpresa.

Secondo il comunicato ufficiale, le manovre congiunte USA-Israele metteranno alla prova i sistemi multipli di difesa aerea israeliani e statunitensi contro razzi e missili in arrivo.

(DEBKAfile, 6 gennaio 2012.

Nel frattempo, il Pentagono ha inviato circa 15.000 soldati usamericani in Kuwait. Questi fanno parte di due brigate di fanteria dell’esercito e di un reggimento di elicotteri. Inoltre, di stanza nel mare Arabico, la Marina degli Stati Uniti sta utilizzando due portaerei con i loro rispettivi gruppi di attacco, la Carl Vinson e la John Stennis. (Debka, 13 gennaio 2012).

I media occidentali hanno a malapena menzionato questi dispiegamenti di truppe: L’ultimo dispiegamento [delle truppe statunitensi in Kuwait], che è stato annunciato senza eccessiva enfasi al pubblico, aggiunge un numero straordinario di truppe in linea con l’arsenale usamericano che ora sta circondando l’Iran letteralmente su tutti i fronti.

(Russia Today, US stations 15,000 troops in Kuwait 13 gennaio 2012)

Questo massiccio dispiegamento di truppe statunitensi in Israele e negli Stati del Golfo ha qualche attinenza col ritiro e il riposizionamento delle truppe usamericane in precedenza di stanza in Iraq? Le truppe appostate in Kuwait opereranno sotto l’egida del Comando Centrale USA.

Giochi di guerra

Stanno per essere condotte in contemporaneo manovre navali e di difesa missilistica USA-Israele. Nel frattempo, l’Iran ha annunciato che nel mese di febbraio condurrà i suoi giochi di guerra proprio nel Golfo Persico.

Si sta mettendo in atto un imponente spiegamento di truppe e di strutture militari avanzate.

La Marina Reale della Gran Bretagna ha inviato il suo vascello da guerra di concezione più avanzata, il Type 45 destroyer HMS Daring, “progettato in modo da non potere essere individuato dai radar”.

Un HMS della classe Daring del Regno Unito
La portaerei Charles de Gaulle

Giochi di guerra

Nel frattempo, anche la Repubblica Islamica dell’Iran è sul piede di guerra. Le Forze Armate iraniane sono in una fase avanzata di preparazione per difendere i confini del paese e per lanciare una rappresaglia in caso di un attacco condotto da Israele e gli Stati Uniti.

L’Iran ha completato un’esercitazione navale nei pressi dello Stretto di Hormuz della durata di dieci giorni nel mese di dicembre. Ora ha annunciato che sta progettando nuove manovre navali, nome in codice “Il Grande Profeta”, il cui svolgimento è in programma a febbraio.

I giochi di guerra di dicembre dell’Iran prevedevano i test di lancio di due sistemi di missili a lungo raggio, tra cui il Qadar (un potente missile mare-terra) e il Nour, un missile superficie-superficie. “Secondo fonti di stato iraniane, il Nour è un missile guidato e controllato, avanzato per eludere i radar e cercare il bersaglio”, (Vedi The Pentagon to Send US Troops to Israel. Iran is the Unspoken Target, Global Research, 4 gennaio 2012).

Inoltre, l’esercito iraniano ha riferito di numerosi altri test di lancio di missili a breve, a medio e lungo raggio […] le autorità iraniane hanno comunicato di test di lancio del missile Mehrab a medio raggio, terra-aria, in grado di eludere i radar. (Ibid)

Test missilistico iraniano

 

La domanda cruciale: il Pentagono, cercando di innescare deliberatamente uno scontro militare nel Golfo Persico, è alla ricerca di ottenere un pretesto e una giustificazione per scatenare una guerra totale contro la Repubblica islamica dell’Iran?

Gli strateghi militari statunitensi ammettono che la Marina degli Stati Uniti si troverebbe in una posizione di svantaggio rispetto alle forze iraniane nel corridoio stretto dello Stretto di Hormuz:

Nonostante la sua potenza e la forza di impatto, la geografia opera letteralmente contro il potere navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La relativa ristrettezza del Golfo Persico lo rende simile a un canale, almeno in un contesto strategico e militare. Metaforicamente parlando, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque anguste o sono chiuse all’interno di acque costiere del Golfo Persico. […] Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che una guerra nel Golfo Persico contro l’Iran si dimostrerebbe un disastro per gli Stati Uniti e per il suo esercito.

(Mahdi Darius Nazemroaya, The Geo-Politics of the Strait of Hormuz: Could the U.S. Navy be defeated by Iran in the Persian Gulf?, Global Research, 8 gennaio 2012)

Scatenare un incidente, pretesto per la guerra: provocare l’Iran a “tirare il primo pugno”

L’amministrazione Obama è disposta a sacrificare una o più navi della Quinta Flotta, con conseguenti perdite massicce tra i soldati e i marinai, al fine di raccogliere l’appoggio dell’opinione pubblica per una guerra contro l’Iran per motivi di legittima difesa?

Come documentato da Richard Sanders, la strategia di provocare un incidente pretesto per la guerra è stata usata in tutta la storia militare degli Stati Uniti.

Nel corso della storia, gli strateghi militari hanno usato varie forme di raggiro per ingannare i loro nemici. Poiché il sostegno dell’opinione pubblica è così cruciale per il processo di avviamento e conduzione della guerra, anche la popolazione a casa è soggetta a stratagemmi menzogneri. La creazione di falsi pretesti per giustificare l’entrata in guerra è un primo passo importante nella costruzione dell’appoggio pubblico per tali nefaste avventure. Forse la scusa più comune per la guerra è un attacco nemico apparentemente immotivato. Tali aggressioni, tuttavia, sono spesso fabbricate ad arte, istigate o deliberatamente si permette che avvengano. Esse vengono poi sfruttate per suscitare nella pubblica opinione solidarietà e vicinanza per le vittime, sono indispensabili per demonizzare gli aggressori e costruire un sostegno di massa alla “rappresaglia” militare.

Come i bulli della scolaresca quando urlano aggressivi, ‘È lui che mi ha colpito per primo!’, gli strateghi militari sanno che è irrilevante se l’avversario davvero ‘ha tirato il primo pugno’.

Fino a quando può sembrare che l’attacco sia stato provocato, il bravaccio riceve licenza di ‘rispondere’ con la forza. Bulli e pianificatori di guerra sono esperti nell’insultare, prendere in giro e minacciare i loro avversari. Se il nemico non può essere indotto a ‘sparare il primo colpo’, è abbastanza facile mentire su quello che è veramente successo. A volte, questo è sufficiente per giustificare un pestaggio all’interno del cortile della scuola o una guerra genocida.

Tale stratagemma fraudolento è stato probabilmente impiegato da ogni potenza militare nel corso della storia. Durante l’Impero romano, la causa per la guerra – casus belli – è stato spesso inventata per nascondere le vere ragioni per la guerra. Nel corso dei millenni, anche se le armi e le strategie di battaglia sono decisamente cambiate, lo stratagemma ingannevole di usare incidenti pretesto per fomentare la guerra è rimasto straordinariamente coerente.

(How to Start a War: The American Use of War Pretext Incidents, Global Research, 9 gennaio 2012)

Pearl Harbor si distingue come il casus belli, il pretesto e la giustificazione per l’ingresso dell’America nella Seconda guerra mondiale.

Il Presidente Roosevelt sapeva che Pearl Harbor sarebbe stato attaccato dal Giappone e non fece nulla per impedirlo. A una riunione del 25 novembre 1941 del consiglio di guerra, “le osservazioni del ministro della Guerra Henry Stimson esprimevano con franchezza l’opinione generale prevalente: ‘Il problema era come dovremmo manovrare [i Giapponesi] in modo da indurli a … sparare il primo colpo, senza procurare un danno troppo grande a noi stessi’” (Patrick Buchanan, Did FDR Provoke Pearl Harbor?, Global Research, 7 dicembre 2011).

 


I Giapponesi possono attaccare nel fine settimana!
Kurusu avverte senza mezzi termini.
Uno specialista di questioni estere attacca la follia di Tokio.

La nazione pronta alla battaglia.


(N.d.t.: Kurusu Saburo, 1886-1954, era un diplomatico di carriera giapponese. Egli è ricordato oggi come un inviato che ha cercato di negoziare la pace e la comprensione con gli Stati Uniti, mentre il Giappone stava segretamente preparando l’attacco a Pearl Harbor.)

Alla vigilia dell’attacco, gli Stati Uniti stavano battendo i tamburi di guerra, mentre tenevano nascosto il fatto che “l’amministrazione di F. D. Roosevelt sapeva, ma si guardava bene dall’intervenire”.

 

Un incredibile e massiccia copertura venne messa in pratica pochi giorni dopo l’attacco a Pearl Harbor, […]quando il Capo di Stato Maggiore ordinava la copertura sulla vicenda. ‘Signori’, dichiarava ad una mezza dozzina di ufficiali, ‘questo deve andare con noi nella tomba’.

(John Toland, Infamy: Pearl Harbor and its Aftermath, Doubleday, 1982, p. 321).

Secondo il professor Francis Boyle, con riferimento alla prova di forza in corso nel Golfo Persico tra la Marina degli Stati Uniti e l’Iran:

Ancora una volta, mi sembra di assistere a una situazione simile a quella del 1941, quando F. D. Roosevelt sacrificò sacrificato la Flotta del Pacifico e i suoi uomini a Pearl Harbor, tranne le portaerei, con lo scopo di ottenere il coinvolgimento degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, nonostante il fervente desiderio del popolo usamericano e del Congresso a rimanerne fuori. Déjà vu, tutto come una volta. Ritorno al futuro.

(Francis Boyle, 13 gennaio 2011, comunicazione all’autore via e-mail)

In contrasto con gli eventi del novembre 1941, il Congresso degli Stati Uniti del 2012 è ampiamente favorevole a una guerra contro l’Iran e il popolo degli Stati Uniti è, come risultato della disinformazione dei media, in gran parte inconsapevole delle implicazioni devastanti di un attacco USA-Israele.

Giustificazioni tematiche: demonizzare il nemico

A prescindere dall’“incidente” in cui il nemico è istigato a “tirare il primo pugno”, vengono addotte “giustificazioni tematiche” per demonizzare il nemico e giustificare un casus belli. Armi di distruzione di massa (WMD) e il cambio di regime nel caso dell’Iraq (2003), il sostegno ad Al Qaeda e gli attentati terroristici dell’11 settembre nel caso dell’Afghanistan (2001), il “cambio di regime” e la “democratizzazione” come nei casi della Jugoslavia (1999) e della Libia (2011).

Queste, fra le altre, le giustificazioni tematiche per scatenare una guerra contro l’Iran:

1. L’Iran è accusato di sviluppare un programma di armi nucleari

2. L’Iran è uno “Stato canaglia”, che sfida la “comunità internazionale” e costituisce una minaccia per il mondo occidentale

3. L’Iran vuole “cancellare Israele dalla carta geografica”

4. L’Iran è responsabile per il suo appoggio e la complicità negli attacchi terroristici dell’11 settembre

5. L’Iran è un paese autoritario e antidemocratico, quindi è giustificabile un intervento di “Impegno e Responsabilità alla Protezione” (R2P) al fine di instaurare la democrazia.

[N.d.T.: La dottrina RtoP o R2P della “responsabilità di proteggere” è stata elaborata nel 2001 da un gruppo di leader per i diritti umani di rilievo internazionale, riuniti nella Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità degli Stati. Sotto il loro mandato, la Commissione ha cercato di affrontare la duplice sfida di conciliare la responsabilità della comunità internazionale ad affrontare massicce violazioni di norme umanitarie, con la garanzia del rispetto dei diritti sovrani degli Stati nazionali.

La dottrina R2P ha ricevuto una rinnovata accentuazione nel 2004, quando il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha creato il “Gruppo ad alto livello su minacce, sfide e cambiamento”. Il Comitato è stato creato per identificare le principali minacce per la comunità internazionale nell’ambito delle garanzie per la pace e la sicurezza, e per generare nuove idee sulle politiche e le istituzioni volte a prevenire o affrontare queste sfide.]

Arabia Saudita e Stati del Golfo

In caso di guerra con l’Iran, verrebbero coinvolti gli Stati membri della NATO, nonché i partner della NATO del “Dialogo Mediterraneo”, tra cui i Cinque Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’Arabia Saudita e la Giordania.

L’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo sono in possesso di un formidabile arsenale di armi, di aerei da combattimento F-15, di missili Patriot, di elicotteri Apache e di navi da guerra (made in USA); che verrebbero utilizzati contro l’Iran per conto della coalizione guidata dagli Stati Uniti (vedi The Gulf Military Balance in 2010: An Overview, Center for Strategic and International Studies).

Gli Stati Uniti occupano più di trenta basi e strutture militari, tra cui una base navale in Bahrein, il quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), con sede in Qatar, per non parlare delle sue installazioni militari in Pakistan, Turchia e Afghanistan (vedi cartina geografica)

Basi o strutture militare statunitensi che circondano l’ Iran

 

Secondo le prospettive di Washington, la Royal Air Force dell’Arabia Saudita è destinata ad agire su mandato dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti, operativamente secondo il principio della “interoperatività”.

L’aviazione militare dell’Arabia Saudita è dotata di aerei da combattimento i più tecnologicamente avanzati, tra cui (fra gli altri) gli Eurofighter Typhoon, i Tornado IDS, gli F-15 e F-15E Eagle.

Nel mese di ottobre 2010 Washington ha annunciato la sua più grande vendita di armi nella storia degli Stati Uniti, un acquisto di 60,5 miliardi dollari da parte dell’Arabia Saudita. Queste armi, anche se acquistate dall’Arabia Saudita, sono di fatto parte di un arsenale di armi gestito dagli USA, che deve essere utilizzato in stretto coordinamento e dopo consultazione con il Pentagono.

Nel 2010 sono state negoziate massicce vendite di armi anche con gli Stati del Golfo.

Si dovrebbe, comunque, sottolineare la riluttanza delle élite al governo in Arabia e negli Stati del Golfo a una partecipazione attiva in una guerra regionale, che scatenerebbe inevitabilmente attacchi aerei di rappresaglia da parte dell’Iran.

Escalation: verso un conflitto regionale più allargato

Se dovessero essere lanciati attacchi aerei, l’Iran scatenerebbe ritorsioni con attacchi missilistici diretti contro Israele e contro le strutture militari statunitensi presenti nel Golfo Persico, nell’Iraq e in Afghanistan.

L’Iran possiede l’S300, un sistema avanzato russo di difesa aerea. Questo è dotato di risorse missilistiche di medio e lungo raggio: i missili Shahab 3 e Sejjil hanno un raggio di azione di circa 2.000 km, consentendo loro di colpire obiettivi in ​​Israele. Il Ghadr 1 ha un raggio di intervento di 1.800 km (vedi Haaretz, 28 settembre 2009).

La guerra con l’Iran non sarebbe limitata a bombardamenti aerei. Potrebbe avere un seguito in un conflitto di terra con la Turchia, paese che sta svolgendo un ruolo strategico militare per conto della coalizione guidata dagli Stati Uniti ed Israele.

Le forze di terra della Turchia sono dell’ordine di 500.000 uomini. Quelle dell’Iran sono dello stesso ordine di grandezza: 465.000 forze regolari. Le forze turche verrebbero impiegate nelle zone di confine con l’Iran e con la Siria del Nord.

Il personale iraniano dell’aviazione militare e della marina militare si aggira rispettivamente sull’ordine di 52.000 e 28.000 uomini (Vedi tabella sottostante)

I Guardiani della Rivoluzione, che costituiscono in Iran una forza di élite, sono dell’ordine di 120.000 elementi. Inoltre, l’Iran ha una forza significativa paramilitare costituita da diversi milioni di uomini e donne chiamati Basij.

Quindi, la guerra potrebbe coinvolgere anche la Siria (che è un alleato dell’Iran), la Palestina, il Libano e la Giordania, con la partecipazione delle fanterie siriane così come degli Hezbollah, che con efficacia hanno annullato Israele nella sua invasione del Libano del 2006.

Secondo recenti sviluppi, l’Iran ha accresciuto le sue forniture militari alla Siria e in Libano.

A sua volta, la Russia ha una base navale nel sud della Siria e accordi di cooperazione militare con la Siria e l’Iran comportano la presenza di consiglieri militari russi.

La Russia sta dispiegando navi da guerra fuori della sua base navale a Tartus, compreso l’incrociatore portaerei lanciamissili Ammiraglio Kuznetsov.

Il dispiegamento […] segue la mossa degli Stati Uniti di far stazionare la portaerei George H. W. Bush, affiancata da un gruppo di battaglia formato dai cacciatorpediniere lanciamissili Truxtun e Mitscher [al largo delle coste siriane].

(M. K. Badrakumar, Russia deploying warships in Syria – Indian Punchline, 21 novembre 2011).

La base navale russa di Tartus, Siria

 

L’incrociatore portaerei lanciamissili Ammiraglio Kuznetsov

 

Un Su 33 decolla dall’incrociatore portaerei lanciamissili Ammiraglio Kuznetsov nel Mediterraneo orientale

 

La Risoluzione 1929 del Consiglio di sicurezza dell’ONU (giugno 2010) aveva imposto un regime di sanzioni contro l’Iran, che portavano a un blocco temporaneo della cooperazione militare tra l’Iran e la Russia, come pure con la Cina.

Recenti sviluppi indicano che la cooperazione militare ha di fatto ripreso, in seguito al rifiuto esplicito del 31 dicembre 2011, sia da parte della Cina che della Russia, del regime di sanzioni economiche imposto in buona sostanza da Washington.

In uno scenario di escalation militare, le truppe e/o le forze speciali dell’Iran potrebbero attraversare il confine con l’Afghanistan e l’Iraq.

Dai tre teatri di guerra esistenti: Afghanistan-Pakistan (Af-Pak), Iraq, Palestina, lo scatenare una guerra contro l’Iran porterebbe a una guerra regionale integrata.

L’intera regione Medio Oriente-Asia Centrale, che si estende dal Mediterraneo orientale al confine occidentale della Cina con l’Afghanistan e il Pakistan, divamperebbe, dalla punta della Penisola Arabica fino al bacino del Mar Caspio.

Il Caucaso e l’ Asia Centrale: competizione fra Alleanze militari

Quale sarebbe il coinvolgimento dei “partner” degli Stati Uniti nel Caucaso, in particolare della Georgia e dell’Azerbaigian? (Vedi Michel Chossudovsky, The Iran War Theater’s “Northern Front”: Azerbaijan and the US Sponsored War on Iran, Global Research, 9 aprile 2007.)

In Azerbaigian il governo ha recentemente preso le distanze da Washington e ha rifiutato la sua partecipazione ad esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti.

Si afferma che l’accordo strategico bilaterale USA-Azerbaigian abbia raggiunto un punto morto:

Il desiderio di Baku di non irritare Mosca sembrerebbe precludere ogni possibilità da parte dell’Azerbaigian di ospitare una struttura militare degli Stati Uniti.

(Azerbaijan: US Military Ties with Baku Are Stagnating – Experts, eurasianet.org, 25 aprile 2011.)

Per contro, il governo della Georgia sostiene direttamente lo sforzo bellico degli Stati Uniti contro l’Iran. Secondo ultime informazioni, il Pentagono sta finanziando la costruzione di ospedali militari da campo statunitensi in Georgia, da utilizzare nell’eventualità di una guerra con l’Iran (Readies for War On Iran: US Builds Military Hospitals in Georgia, Global Research, 10 gennaio 2012).

Si tratta di pronto-soccorsi da 20 posti letto […] Questo fa parte di un progetto statunitense. Sta iniziando nel Golfo Persico una grande guerra tra gli USA e l’Iran. Sono stati assegnati 5 miliardi di dollari per la costruzione di questi ospedali militari”, così ha affermato Javelidze in un’intervista rilasciata al giornale georgiano Kviris Kronika (Notizie della settimana) […] La costruzione è prevalentemente a carico delle tasche statunitensi. Inoltre, in Georgia si stanno alacremente costruendo aeroporti. (Ibid)

Ciò che ci fa capire il progetto di questi ospedali militari è che il Pentagono ha già stabilito logistiche dettagliate relative al trasferimento di militari statunitensi feriti sul campo di battaglia con l’Iran ai vicini ospedali militari in Georgia. Queste preparazioni avanzate suggeriscono che i piani di guerra sono in una fase veramente avanzata, e che sono già stati predisposti gli scenari relativi alle perdite militari.

Le Alleanze militari: L’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) e la CSTO

Le Alleanze di contrapposizione militare all’asse USA-NATO-Israele sono l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO).

La SCO comprende il Kazakistan, la Repubblica Popolare di Cina, la Repubblica del Kirghizistan, la Federazione Russa, la Repubblica di Tagikistan e la Repubblica dell’Uzbekistan.

La CSTO include sette repubbliche ex sovietiche, tra cui Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan.

L’Iran ha lo status di osservatore nella SCO.

L’Uzbekistan si è ritirato dall’accordo di cooperazione militare GUUAM promosso dalla NATO. Nel 2005 ha formalmente sfrattato gli Stati Uniti dalla base aerea del Karshi-Khanabad, conosciuta come K2 (U.S. Evicted From Air Base In Uzbekistan, Washington Post, 30 luglio 2005).

Significativamente, nella Repubblica del Kirghizistan il nuovo eletto Presidente Almazbek Atambayev (nel novembre 2011) ha dichiarato che ha intenzione di chiudere la base militare statunitense di Manas quando scadrà il contratto di locazione (Kyrgyzstan Says United States’ Manas Air Base Will Close, NYTimes.com, 1 novembre 2011).

Quello che questi sviluppi suggeriscono è che le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale hanno riaffermato il loro rapporto privilegiato con Mosca, che a sua volta ha portato al consolidamento del blocco militare SCO-CSTO.

Egemonia militare mondiale degli Stati Uniti. Russia e Cina.

La partecipazione di Russia e Cina a fianco dell’Iran è già di fatto nella prospettiva di accordi di cooperazione prevalentemente militare, e ciò è confermato dal trasferimento di sistemi d’arma e della relativa tecnologia a favore dell’Iran, dalla presenza di consiglieri militari russi, dalla formazione del personale, sia in Iran che in Siria. Inoltre, l’Iran ha lo status di osservatore nella SCO.

Russia e Cina sono pienamente consapevoli che una guerra contro l’Iran è un trampolino di lancio verso una guerra più allargata. Entrambi i paesi sono presi di mira dagli Stati Uniti e della NATO. La Russia è minacciata sui suoi confini con l’Unione Europea, con armi di distruzione di massa di USA-NATO puntate contro le principali città russe. Fatta eccezione della sua frontiera settentrionale, la Cina è circondata da basi militari statunitensi, dalla penisola coreana al Mar Cinese Meridionale.

Sia la Cina che la Russia sono percepite da Washington come una “minaccia globale”.

La Cina è stata il bersaglio di minacce velate lanciate dal presidente Obama e dalla Segretaria di Stato Hillary Clinton.

Il recente “National Defense Review”, come annunciato dal ministro della Difesa Leon Panetta, prevede un bilancio della difesa allargato, al fine di contrastare la Russia e la Cina.

Nell’ambito degli sviluppi della situazione, la Russia recentemente ha nominato vice Primo Ministro Dmitrij Rogozin, che ha avvertito Washington e Bruxelles che “se qualcosa dovesse succedere all’Iran, se l’Iran dovesse essere trascinato in qualsiasi difficoltà politica o militare, questo costituirebbe una diretta minaccia alla nostra sicurezza nazionale”.

Crescita vertiginosa della spesa per la difesa negli Stati Uniti: l’ideologia “Big Dog” del Pentagono

L’obiettivo di Washington è quello di stabilire il suo dominio militare sul mondo.

Mentre la “guerra al terrorismo” e il contenimento degli “Stati canaglia” costituiscono ancora la giustificazione ufficiale e la forza motrice degli Stati Uniti, Cina e Russia sono state etichettate in documenti dell’esercito e della Sicurezza Nazionale statunitensi come potenziali nemici:

Le forze armate degli USA […] stanno cercando di dissuadere le potenze emergenti, come la Cina, dallo sfidare il dominio militare degli Stati Uniti.

(Greg Jaffe, Rumsfeld details big military shift in new document, The Wall Street Journal, 11 marzo 2005)

In che modo Washington intende raggiungere il suo obiettivo di egemonia militare globale? Attraverso la crescita vertiginosa delle spese per la difesa e con la continua crescita dell’industria statunitense degli armamenti, che richiedono una pesante compressione di tutte le categorie di spesa pubblica.

Reso effettivo nel bel mezzo della più grave crisi economica della storia usamericana, l’aumento continuo delle spese per la difesa alimenta questa nuova corsa non dichiarata agli armamenti, in competizione con la Cina e la Russia, con una massiccia quantità di dollari di tasse incanalata verso gli appaltatori della difesa degli Stati Uniti.

L’obiettivo dichiarato è quello di rendere il processo di sviluppo di avanzati sistemi d’arma così costoso, che nessun altra potenza al mondo, come la Cina e la Russia, sarà in grado di competere o sfidare il “Big Dog” (il Cane Grosso), senza mettere a repentaglio la sua economia civile.

(Michel Chossudovsky, New Undeclared Arms Race: America’s Agenda for Global Military Domination, Global Research, 17 marzo 2005)

Questa ideologia del “Big Dog”, un termine coniato dal Pentagono, è una precondizione per la “Globalizzazione della Guerra”. Si tratta di un programma diabolico per migliorare la macchina di morte usamericana attraverso lo smantellamento dei programmi sociali e l’impoverimento della gente negli Stati Uniti.

Al cuore di questa strategia sta la convinzione che gli Stati Uniti devono mantenere un vantaggio così grande nelle cruciali tecnologie [militari] che le potenze via via emergenti [Russia, Cina, Iran] concluderanno che sia troppo costoso anche il solo pensare di tentare di rincorrere il ‘grande cane’. Questi paesi realizzeranno che non vale la pena sacrificare la loro crescita economica”, così si esprimeva un consulente della difesa che era stato ingaggiato per redigere sezioni del documento.

(Greg Jaffe, Rumsfeld details big military shift in new document, The Wall Street Journal, 11 marzo 2005)

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Allegato

La Repubblica Islamica di Iran: risorse militari

Popolazione totale: 77.891.220 [2011]

Forza lavoro disponibile: 46.247.556 [2011]

Idonei al servizio militare: 39.556.497 [2011]

In età di servizio militare: 1.392.483 [2011]

Militari in attività: 545.000 [2011]

Attivi nella riserva: 650.000 [2011]

Fanteria

Carri armati: 1.793 [2011]

Veicoli da combattimento corazzati per trasporto truppe (APC/IFV): 1.560 [2011]

Artiglieria trasportata: 1.575 [2011]

Semoventi d’artiglieria: 865 [2011]

Sistemi lancia missili: 200 [2011]

Mortai: 5.000 [2011]

Armi anticarro: 1.400 [2011]

Armi antiaeree: 1.701 [2011]

Veicoli logistici: 12.000

Forza aerea

Aerei da combattimento: 1.030 [2011]

Elicotteri: 357 [2011]

Aeroporti in utilizzo: 319 [2011]

Forza navale

Navi da combattimento: 261

Naviglio di marina mercantile: 74 [2011]

Porti e terminali importanti: 3

Portaerei: 0 [2011]

Cacciatorpediniere: 3 [2011]

Sottomarini: 19 [2011]

Fregate: 5 [2011]

Forza navale di pattuglia: 198 [2011]

Caccia e posa mine: 7 [2011]

Navi d’assalto trasporto anfibi: 26 [2011]

Fonti:

Iran Army, www.iraniandefence.com

Iran Military Strength, www.globalfirepower.com>

 


 

Fonte: Beating the Drums of War: Provoking Iran into “Firing the First Shot”?

 

http://www.comedonchisciotte.org/site//modules.php?name=News&file=article&sid=9708

Tratto da: BATTONO I TAMBURI DI GUERRA: PROVOCARE L’IRAN PERCHÉ “SPARI IL PRIMO COLPO”? | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/01/20/battono-i-tamburi-di-guerra-provocare-liran-perche-%e2%80%9cspari-il-primo-colpo/#ixzz1k4q7pXvC
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!